Feb 17, 2015 - COOL-tura    No Comments

L’amico scrittore e 8 riflessioni sulla lettura

Ho conosciuto il talento di Daniel Pennac quando ero molto giovane, leggendo “Abbaiare stanca” il quale riesce ancora ad evocare in me profondi ricordi. Ho approfondito questa conoscenza con “Il paradiso degli orchi” e stretto un legame profondo con “Come un romanzo”. Ora, quest’ultimo libro, più che un romanzo risulta essere un percorso riflessivo sulla lettura, sull’essere lettore, e sull’amore per questi mondi di carta e ne ho parlato ampiamente qui.
Il fatto è che il modo in cui Pennac riesce alla fine dei suoi romanzi, a lasciarti un po’ sospesa in quella sensazione in cui non sai se desideri abbracciarlo o commuoverti come una bambina, lo rende uno dei miei autori preferiti. Non scherzo, quando dico che la sua scrittura è semplice, precisa ed incredibilmente evocativa. Di fronte a questo, non posso che essere estremamente curiosa di leggere il suo nuovo libro “L’amico scrittore” edito da Feltrinelli. Perchè ancora una volta, Pennac sfrutta il libro per esporre una parte della sua vita, che abbraccia ancora una volta la lettura e forse un po’ di più la sfera della scrittura. Si tratterebbe, infatti, di una incursione nell’officina del famoso romanziere, tra ricordi e riflessioni, in cui Pennac si esprime – oltre che sulla genesi e i caratteri delle sue opere – sul mestiere dello scrittore, la lingua, il teatro, la lettura, la scuola, la cultura, la famiglia, la politica e l’Europa. E dopo i famosi “10 diritti del lettore”, prova a tracciare la mappa dei possibili diritti dello scrittore, a cominciare da quello fondamentale della libertà di scrittura.
In attesa di potervi dire di più, riporto questi estratti delle risposte dello scrittore al giornalista de La Repubblica, in cui Pennac torna ad affrontare il tema della lettura. Impossibile non essere d’accordo con lui!

-SUI GIOVANI E IL PIACERE SMARRITO DELLA LETTURA
“Le risposte sono tante: di solito si dà la colpa alla televisione, ai videogiochi, ai computer e più in generale a tutte le nuove tecnologie, ma anche la scuola e la società dei consumi sono spesso considerate responsabili. Invocando queste cause oggettive – che hanno tutte un qualche fondamento – ci si libera però da ogni responsabilità soggettiva: è sempre colpa degli altri e di un sistema su cui non abbiamo alcun controllo. Troppo facile! Ciascuno dovrebbe assumersi le proprie responsabilità. Per quanto riguarda la grande accusata, la televisione (e più in generale il mondo di internet e delle immagini), non credo che si debba demonizzare: la televisione non uccide la lettura. Naturalmente gli eccessi sono sempre pericolosi, ma la lettura e l’universo dell’immagine possono benissimo coesistere. La televisione non è responsabile di tutto. Spesso però i genitori obbligano i figli a leggere, mentre loro passano le serate davanti al televisore”.

-SUL RUOLO DELLA FAMIGLIA
Nelle famiglie in cui i genitori amano la lettura, ma senza imporla ai figli, anche questi spesso leggono. La lettura è un comportamento che si può trasmettere: ai bambini infatti noi non trasmettiamo valori, ma comportamenti. Anche la scuola può svolgere un ruolo importante, ma deve innanzitutto far scoprire agli allievi il semplice piacere di una storia, il piacere superficiale di un’avventura scoperta di capitolo in capitolo. Solamente in seguito si potrà porre qualche domanda sul significato di quella storia, perché naturalmente il piacere della lettura non è solo il piacere dell’evasione, ma anche quello della comprensione che implica sempre uno sforzo: chi scopre il piacere della lettura diventa rapidamente un lettore speleologo che si inabissa volentieri nelle profondità del testo. All’inizio però le nostre letture sono sempre figlie della soddisfazione immediata delle sensazioni e dell’immedesimazione totale con il testo: è così per tutti, non si può negarlo”.

-SE MANCA IL PIACERE DELLA LETTURA E’ MEGLIO SMETTERE?
“Ci sono molti motivi per interrompere la lettura di un libro. Se un romanzo è veramente brutto, se è una sequenza di stereotipi, di solito ce ne accorgiamo subito; e purtroppo un romanzo non è come il vino, non migliora invecchiando: inutile insistere. Altre volte, invece, ci capita di leggere un libro dietro cui sentiamo qualcosa che ci sfugge, una qualità che non riusciamo a cogliere fino in fondo. Anche in questo caso è meglio riporlo sullo scaffale della libreria: forse un giorno lo riprenderemo in mano, apprezzandone meglio tutte le sfumature. Crescendo, quello che prima ci sembrava un mattone, può rivelarsi una nuvola. Come mettiamo in cantina un vino troppo giovane per farlo invecchiare, così dobbiamo saper aspettare il giorno in cui saremo giunti all’altezza di un libro per il quale siamo noi ad essere ancora troppo giovani”.

-LA LETTURA COME ATTO SOVVERSIVO E DI RIVOLTA
“Domina la convinzione che si legga sempre con una qualche finalità: per istruirsi, per costruirsi o per mille altri buoni motivi. Ciò è probabilmente vero da un punto di vista culturale, ma errato da un punto di vista individuale, dato che non leggiamo “per”, ma “contro”: contro tutto ciò che ci dà fastidio, contro le contingenze familiari, sociali, patologiche, professionali, economiche. Leggiamo contro le malattie, contro il capoufficio, contro i professori, contro la metropolitana, contro la pioggia, contro la noia: quando leggiamo, mandiamo al diavolo tutti. La lettura è dunque un atto sovversivo, e al contempo una tregua che dichiariamo unilateralmente nell’incessante battaglia della vita quotidiana. Una tregua che ci consente di sfuggire alle contingenze di cui siamo prigionieri e di ritrovarci per qualche ora in un altro mondo. Durante il servizio militare, mi capitava spesso di pulire le latrine, una corvée che nessuno voleva fare. Con quella scusa però mi sono letto tranquillamente tutto Gogol’, perché, una volta sbrigato il compito assegnatomi, restavo nei bagni, sprofondato nella lettura del grande scrittore russo: tutto attorno l’universo militare spariva completamente. La lettura dunque è un rifugio, ma un rifugio paradossale, perché ci fa nascere al mondo: quando sono immerso in un libro, infatti, da un lato mi astraggo dalla realtà, ma dall’altro affondo ancora di più le mie radici in essa”.

-LETTORI NON SI NASCE MA SI DIVENTA…
“Certamente. Ma per riuscirvi, bisogna riconciliare gli studenti con la concentrazione e il silenzio. Uno studente, da quando esce di classe a quando arriva in camera sua, ha incrociato dieci videogiochi, ha tenuto l’ipod costantemente incollato alle orecchie, ha mandato venti sms, ha parlato al cellulare, ha elaborato tutta una strategia di gestione dei brutti voti da comunicare ai genitori: tutte cose che evidentemente lo turbano intellettualmente e non lo predispongono alla lettura. Esiste un universo degli ultimi della classe che è in gran parte occupato da una serie di attività parassitarie: io posso anche ordinarlo, ma quegli studenti a casa non leggono. La mia lettura in classe è allora un’opportunità. E non di rado si appassionano finendo poi da soli i racconti o i romanzi che ho iniziato a leggere in classe, soprattutto se lo si vieta loro!”.

-ANCHE I PIU’ REFRATTARI POSSONO DIVENTARE LETTORI?
“Credo di sì. Naturalmente ci vuole tempo, ma prima o poi tutti riescono a trovare il libro giusto che diventa la loro personale porta d’accesso alla lettura. I non lettori radicali sono veramente pochi, e spesso per ragioni che non hanno nulla a che vedere con la lettura stessa. Poi naturalmente c’è anche l’eccesso opposto, quello dei lettori che leggono di tutto e di continuo per creare una barriera tra loro e la vita: usano la bulimia di lettura come una muraglia che li protegge dalle minacce del mondo reale”.

-COSA RISPONDI QUANDO QUALCUNO TI DICE CHE NON HA TEMPO PER LEGGERE?
“Gli chiedo se in compenso ha il tempo di fare l’amore. Non ho mai sentito nessuno dire di non avere il tempo di fare l’amore, non avrebbe senso. Per la lettura è la stessa cosa: dire “non ho il tempo di leggere” è una frase insensata. Posso dire che non ne ho bisogno, che non mi piace o che non ne ho voglia, ma dire che non ho tempo è ridicolo. È solo una scusa per coprire la non voglia di leggere, che naturalmente è una non voglia legittima. Nessuno è obbligato ad aver voglia di leggere, ma i non lettori pensano sempre di doversi scusare. Il che è assurdo”.

-LEGGERE E’ UN VALORE?
“Leggere non è un valore; se si considerasse la lettura un valore si discriminerebbero automaticamente tutti coloro che non leggono. Nella lettura non c’è nulla di sacro e la lettura non ci salva da nulla. Ci permette però di acquisire una certa lucidità e contemporaneamente ci permette di sognare: tutti abbiamo bisogno di sognare, di evadere. Se mi si togliesse la possibilità di sognare, certamente morirei”.

Gen 31, 2015 - Graphic novels    No Comments

Arleston, Barbucci, Ekhö-Mondo Specchio

Oggi vi voglio parlare di un mondo magico, che assomiglia un po’ al vostro mondo, ma che va oltre alle vostre aspettative. Immaginate di prendere un aereo che vi porterà a New York, magari per una vacanza, quando all’improvviso quasi sovrappensiero, un piccolo esserino simile ad uno scoiattolo ben vestito inizia a parlarvi, portandovi i suoi saluti. Penserete di essere pazzi, certo, specialmente quando vi renderete conto di essere gli unici in grado di vederlo. Eppure, è proprio quell’esserino, che vi porterà nel mondo di cui oggi voglio parlarvi.

Inizia proprio così l’avventura dei nostri protagonisti su Ekhö, un Mondo Specchio parallelo al nostro, un po’ particolare ed eccentrico dove i mezzi di trasporto non sono macchine, ma draghi e l’equilibrio del mondo sembra essere in mano a dolci creature chiamate Preshaun.
Quindi, un po’ per caso o per destino, una affascinante e prosperosa ragazza di nome Formicola Grattuglia (che nome originale!) si ritrova insieme ad un ricercatore quasi quarantenne, Yuri Podrov, in una città pittoresca e fantasiosa, cercando di far luce sul proprio passato, mettendo un po’ in ordine anche il presente senza pensare troppo al futuro. In un mondo dove le stranezze sono all’ordine del giorno, Formicola e Yuri dovranno fare i conti con la burocrazia locale, senza risultare troppo degli “Estranei” e finire in guai seri. Una idea originale, ironica, e un po’ magica, quella di Alessandro Barbucci e Christophe Arleston, che hanno avuto modo di lavorare insieme creando un volume davvero ricco di elementi. I disegni del bravissimo – e da me amatissimo – Barbucci, riempiono di dettagli le tavole, arricchendo in modo celestiale non solo i personaggi ma anche gli sfondi di questo magnifico mondo; affidati ad un tratto affatto realistico ma vagamente cartoonato, aiutano il lettore a calarsi del tutto in questo mondo nuovo.

Con una serie di intriganti misteri e divertenti vicissitudini, Arleston scrive una storia appassionante, sbizzarrendosi con personaggi ben caratterizzati: spogliarelliste che si sballano con saliva allucinogena di rospi; poliziotti farseschi; burocrati che impazziscono per il tè e così via. I testi si legano ai personaggi, senza snaturarne il comportamento ma accentuando proprio lo stile di vita e di pensiero, corrispondendo quasi perfettamente con i disegni di Barbucci, il quale riesce a rappresentare con bravura mozzafiato la voluttuosità maliziosa di Formicola e delle procaci stripper ed è capace di evocare un lieve, delicato erotismo che contribuisce a rendere ulteriormente interessante il libro.
A dare maggiore spinta e spessore a questa graphic novel, sono i colori di Nolwenn Lebreton, che riescono ad esprimere in tutto e per tutto l’anima del mondo, in un corretto bilanciamento tra colori scuri e chiari, esaltati dalla scelta di una carta lucida. La colorazione si lega perfettamente al tratto di Barbucci, diventando parte integrante del cuore di quest’opera!
Il volume Ekhö-Mondo Specchio New York/Parigi – edito in italia da Bao Publishing – racchiude due avventure che vedono i nostri protagonisti impegnati a cercare di ambientarsi e sopravvivere prima a New York e poi a Parigi in una serie di frizzanti e rocambolesche avventure. Il tutto viene presentato egregiamente grazie ad un cartonato elegante che si presenta benissimo in qualsiasi libreria. Il volume conclude entrambe le storie, e si potrà leggere singolarmente, anche se io infondo spererei in un prossimo e imminente seguito!

Ekhö-Mondo Specchio (New York/Parigi)
Arleston & Barbucci
Bao Publishing
101 pagine
17 euro

Gen 18, 2015 - Graphic novels    No Comments

Favia, Bufi; Il Settimo Splendore

Quanti anni ci vogliono per dimenticare del tutto una persona?”

L’incontro con “Il Settimo Splendore” è stato del tutto casuale. Ero in libreria, quando ad un certo punto ci siamo guardati ed è stato come un colpo di fulmine. Mi sono detta: “Perché no?” e me lo sono portato via. Così ho iniziato la mia relazione con questo volume, che si è andata a solidificarsi man mano che ho proseguito con la lettura. Perché leggere “Il Settimo Splendore” è come entrare in una relazione e ricoprirsi di emozioni, verità, sentimenti e modi di vivere. Così ho scoperto Modì e la sua Parigi piena di ricordi e rimpianti, ma anche di amore, nuove scoperte
e avventure.
Tornato a Parigi per la prima volta senza la madre, Modì cerca di comprendere il senso della sua scomparsa. Vi trova un luogo nuovo, meno familiare, meno accogliente. Forse però è lui che non si sente veramente a casa in nessun luogo, ormai. Ma non si da per vinto, desideroso di andare fino in fondo, di scoprire la verità sul suo passato e di trovare – finalmente – un punto fisso nella sua vita, Modì si lancia a capofitto nelle proprie emozioni, inciampando ancora una volta negli stessi errori ma sfiorando persone diverse alla ricerca della strada giusta da intraprendere.
Creato da L. Favia e E. Bufi, edito da Bao Publishing, Il Settimo Splendore è un volume ricco di emozioni incontrollabili, instabili ma drammaticamente forti, come la vita di ogni persona. L’abilità del disegnatore di rafforzare questi sentimenti e di buttarli su carta attraverso personaggi tridimensionali e privi di qualsiasi pregiudizio ti fanno impattare con una realtà forte, simile alla tua, nella quale potrai trovarci, infondo, anche un pezzo della tua vita.
A rafforzare i messaggi emotivi del volume nonché la vita stessa dei protagonisti, sono i colori, che danno man forte alla sceneggiatura in una alternanza di sfumature fredde e calde.
Il settimo splendore è una storia che parla di ricordi, sofferenza, abbandono, sacrificio, senza mai essere superficiale. Un graphic novel volutamente intimo che non ha la pretesa di spiegare i dubbi, le paure o il dolore dei protagonisti, ma piuttosto di darne un’interpretazione soggettiva e profonda. 
Si conferma quindi un volume ricco che sarà in grado di stupirti per la sua semplicità con la quale riesce a tirare fuori il meglio di noi, attraverso i personaggi, compresi anche i secondari che non vengono messi da parte ma ricoprono un ruolo chiave nel percorso del protagonista. Dopotutto, c’è sempre qualcuno li fuori nel mondo, che è in grado di tirare fuori il meglio di noi.  Il resto viene tutto da se, proprio come la storia di Modì.

“A volte il sacrificio è lasciare andare qualcuno. Altre, solo continuare a combattere. Non esiste alcun destino, fino a quando non ci arrendiamo.”

Il Settimo Splendore
Favia & Bufi
Bao Publishing
124 pagine
15 euro

Dic 29, 2014 - Recensioni    No Comments

E. De Luca, I pesci non chiudono gli occhi

“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.” “Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.”

Dopo un mese direi che è ora di scrivere un’altra recensione. Non credete che io abbia battuto la fiacca, ho letto ma ho anche dormito, seguito i lavori per la casa nuova e tante altre belle cose che mi hanno tenuto occupata. Quindi eccoci qui, oggi a parlare di un libro che ho finito in meno di 24 ore. Sto parlando di “I pesci non chiudono gli occhi” di Erri de Luca. Tutti siamo stati bambini e tutti ricordiamo momenti della nostra infanzia, in modo più o meno nitido; ma riuscire a mettere su carta la propria infanzia ed essere in grado di trasmettere al lettore le sensazioni vissute, è una cosa da pochi. Questa è la magia di Erri de Luca. Avevo già letto due libri di questo autore, quindi non è stata una scoperta, ma piuttosto una conferma del talento dell’autore. In questo romanzo, troviamo un uomo che rivive il suo passato attraverso i propri ricordi e con un filo di voce nostalgica – perché sembra quasi parlare di fronte a te – ci racconta com’era la sua vita a Napoli, quando aveva appena dieci anni. Ma dieci anni è una età importante, quasi di transizione, in cui ci si sente stretti in un corpo troppo piccolo, che non rispecchia la crescita interiore. A dieci anni l’età si scrive per la prima volta con due cifre. È un salto in alto, in lungo e in largo, ma il corpo resta scarso di statura mentre la testa si precipita avanti. D’estate si concentra una fretta di crescere. Così, quest’uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accadde il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano. Ci tiene per mano, Erri de Luca, mentre ci porta nella sua terra natale a scoprire quanto bello era vivere tra i pescherecci e il mare, che accarezza la riva mentre crescere non è mai stato così difficile, ma al tempo stesso, facile. Le emozioni si legano alle parole, mentre i nostri occhi viaggiano lontano, spalcati sulla vita di questo bambino che cerca di capire sé stesso ma anche gli adulti, basandosi sulle storie dei libri che tanto ama leggere. Ma la realtà si fa vera sulla sua pelle quando conosce una ragazzina che sembra diventare improvvisamente il centro del mondo, mentre “il resto intorno andava fuori fuoco”. Si conferma l’abilità dell’autore di trasmettere le proprie sensazioni, il proprio vissuto, con la semplicità di poche parole ma precise, che sanno andare dirette al punto, senza giri o complicazioni. L’utilizzo di alcune parole in napoletano è una scelta dell’autore, che arricchisce il testo e non lo appesantisce, inserite con sapienza e se necessario, spiegate con successiva traduzione. Si tratta di un romanzo relativamente breve, di solo centoquindici pagine, privo di capitoli ma con adeguati capoversi che rendono la lettura scorrevole e per niente pesante. C’è un qualcosa di personale in questa autobiografia che riesce a portare a galla anche i tuoi ricordi, e forse è riuscito a riportare su quella spiaggia anche la ragazzina, ormai donna, ormai perduta e forse sposata. Mi piace pensare che abbia letto questo libro e che si sia riconosciuta nella “lei” di un tempo. Mi piace pensare che piangendo si sia asciugata le lacrime con il palmo liscio come il guscio di una conchiglia. Mi piace pensare che sia diventata giudice o zoologa. Mi piace pensare che abbia preso l’abitudine di baciare con gli occhi aperti. Perché, si sa, i pesci non chiudono gli occhi.

Voto Finale: ★★★★★ 

Erri de Luca
I pesci non chiudono gli occhi
Feltrinelli editore
115 pagine
12 euro

Nov 30, 2014 - Recensioni    No Comments

C. Whitehead, Zona Uno

Einaudi scrive in quarta di copertina: “La fine del mondo come non era mai stata raccontata”. Si, esatto, in modo assolutamente noioso. Difficilmente trovo libri che faccio fatica a finire, e Zona uno di Colson Whitehead è uno di questi. Strano, direte voi, visto che dovrebbe parlare di zombie. Ora spiegatemi, come è possibile rendere una atmosfera così horror e piena di spunti narrativi in un surrogato di niente. Se pensate che la serie televisiva The Walking dead (e parlo della serie tv, non del fumetto!) sia noiosa e la tiri per le lunghe ad ogni puntata, non avete idea di cosa può farvi leggere Zona Uno.
Il libro, in sé, ha una trama ricca di contenuti che se sviluppati correttamente avrebbero potuto dare a questo libro uno spessore notevole: l’evento conosciuto come Ultima Sera ha portato, anni prima, al risveglio dei morti ed alla quasi estinzione del genere umano tramite morso e quindi contagio. Dopo un iniziale collasso il governo USA è riuscito a stabilire una nuova sede a Buffalo, organizzando i sopravvissuti (termine evidentemente vecchio, sostituito dal patriottico “Fenice Americana”) e cercando di dar loro un nuovo futuro con nuove leggi ed un nuovo obiettivo: riprendersi i territori in mano agli “schel” (Perchè evidentemente chiamargli Zombie era troppo mainstream). Ora, tralasciando lo spirito patriottico americano, il libro in sé ha delle idee forti sulla quale l’autore avrebbe potuto costruire un bel romanzo se le avesse sviluppate in modo corretto.
Seguiamo le vicissitudini del protagonista, Mark Spitz (soprannome che viene svelato all’ultimo e che personalmente ho trovato troppo lungo e pressochè superfluo), uno dei tanti “spazzini” incaricati a ripulire le strade dai non-morti al fine di rendere la Zona uno di Manhattan nuovamente vivibile, prima di passare alle altre zone. È interessante la società attorno al quale il libro si muove: la vita dei sopravvisuti gira attorno all’azione dei militari, il cui compito è quello di spazzare via il grosso del nemico per permettere nelle campagne il lavoro dei demolitori (lavoro che consiste nel liberare le vie di comunicazione tra le roccaforti umane così da muovere liberamente mezzi e uomini) e far sì che nelle città fortificate gli spazzini possano cercare ed eliminare i mostri sfuggiti all’epurazione mentre gli addetti allo smaltimento possano eliminarne le carcasse definitivamente morte. Per quanto riguarda gli Zombie o Schel, troviamo due categorie: zombie “normali” a cui forse siamo un po’ abituati, lenti ma pericolosi – sinceramente quelli che preferisco – e quelli che vengono chiamati “Ritardatari”, perchè rimasti immobili in un posto per l’eternità, incuranti della vita umana, e per questo meno pericolosi. Ancora non capisco come quest’ultimi possano provocare anche un minimo senso di angoscia. Sono  immobili. Wow. Aiuto. Se la trama è anche gustosa, e non rappresenta  il problema del libro, allora cos’è che non va?
La scrittura di Whitehead è raffinata, curata e corretta, niente da dire, è un libro scritto bene, forse troppo bene. È proprio nella scelta narrativa degli eventi che si trova il problema: quello che rovina la lettura è lo stile usato per la narrazione, un’esposizione molto “newyorkese” che troverebbe miglior locazione in un episodio di Sex & The City (non che in questo libro si parli di problemi sentimentali di donne altolocate, sia chiaro, ma è l’esempio che forse rende meglio l’idea). Troppo spesso l’autore si focalizza su esperienze cittadine estranee ad un comune lettore europeo, spendendo troppe righe per concetti di cui il libro potrebbe tranquillamente far a meno, inoltre la narrazione troppo spesso salta dal “presente” (del libro, che è suddiviso in tre capitoli dedicati a tre consecutive giornate) al passato buttando nel ricordo ulteriori flashback che rendono pesante la lettura. Quindi si arriva alla fine del libro – le cui ultime 12 pagine rappresentano gli unici momenti interessanti di Zona Uno – che ci si chiede di cosa parli in realtà questo libro. Non metto in dubbio le capacità di scrittura di questo autore americano, ma il fatto che apra ste cavolo di parentesi, e dentro a queste parentesi ci sono altre parentesi, rende la lettura davvero pesante e difficile. In certi punti non si capisce assolutamente nulla e si rischia di perdere il punto del discorso e più volte mi è capitato di dire “di che cosa sta parlando??!” sbattendo il libro di qua e di là sulla tavola.
In conclusione, questo libro ha tante buone idee rovinate da uno stile narrativo troppo “ricercato”. Un vero peccato perchè una maggiore semplicità espositiva, focalizzata su ciò che realmente conta in una Zombie novel, avrebbe prodotto un titolo piacevole per tutti.

Voto Finale: ★★☆☆☆ 

Zona Uno
Colson Whitehead
Einaudi
308 pagine

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