Mar 16, 2015 - Recensioni    No Comments

J.William, Stoner

Anche per me è giunto il momento di parlarvi di questo libro. So che avrete letto una miriade di recensioni, elogi all’autore e alla sua dialettica e forse non sarete neppure interessati a leggere altre righe su questo libro, che ormai sembra essere considerato pari ad un classico della letteratura. Eppure eccomi qui. Voglio dire anche io la mia, quindi iniziamo.
Quando ho iniziato a leggere questo libro avevo delle aspettative piuttosto alte, spinta dalla curiosità che era cresciuta in me man mano che sentivo parlare di questo romanzo. Solitamente, quando si hanno aspettative alte, il rischio che si venga un delusi è un po’ più presente, tuttavia, ho cercato di archiviare eventuali barriere mentali per approcciarmi alla lettura di Stoner nella maniera più diretta e semplice possibile.

La trama è piuttosto semplice: William Stoner, conduce una vita normalissima, quasi anonima, e legata all’ambiente universitario. «William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido» È proprio l’incipit del libro che racchiude l’intera vita del protagonista in poche righe; si tratta di una vita piatta, una esistenza legata allo studio, un matrimonio travagliato e svolte inaspettate che potrebbero dare conseguenze melodrammatiche.
Il fatto è che in Stoner non succede niente: non ci sono colpi di scena, atti di violenza, intrighi o grandi rivelazioni. In questo libro viene raccontata una vita apparentemente semplice e noiosa, di un personaggio qualunque che non si differenzia tanto da noi o dai milioni di altre vite che popolano questo pianeta. William Stoner è una persona come noi, e questo lo rende abbastanza speciale per farci un libro su di lui.
Allora cos’è che rende questo romanzo un capolavoro? La scrittura. Il modo in cui l’autore riesce a dare spessore ai suoi personaggi, sembra quasi disegnarti la vita di Stoner davanti agli occhi usando parole semplici, dirette ed estremamente evocative. Si tratta di una scrittura che lascia sorpresi già dalle prime pagine, e riesce a rapirti e a portarti altrove, dentro la vita di Stoner, ad un passo dai suoi problemi, dai suoi pensieri, e dalla sua passività che ti fa anche un po’ incazzare. Perché io, avrei voluto più di una volta prendere Stoner e schiaffeggiarlo, urlargli contro: “Incazzati! Di qualcosa a tua moglie! Reagisci, cazzo, fai qualcosa!” e invece, niente. Mi sono dovuta limitare ad assecondare la sua volontà, a guardarlo perire di giorno in giorno, vivendo sempre con la sua passività, e latente tristezza che celava dietro ai suoi libri, e un po’ meno di fronte a sua moglie.
Perché anche Edith, seppur essendo un personaggio secondario, assume una rilevanza notevole nel corso del romanzo, grazie ad un ruolo – seppur fastidioso – incisivo e veritiero rendendo a sua volta, la vita di Stoner ancora più ricca e povera al tempo stesso.
A lungo la passività del protagonista potrebbe indurre a provare un senso di noia, oltre che di fastidio, rischiando di far perdere interesse nella lettura. Ad ogni modo, Stoner non è un libro per tutti, e i lettori forti sanno che dietro un grande personaggio si nasconde una grande storia. Basta portare quindi un po’ di pazienza, proprio come ho fatto io, evitando di incazzarsi troppo ed imparando ad ascoltare in primis la storia che William Stoner vuole raccontarci.
L’abilità dell’autore rende grande questo romanzo, da spessore al contesto dalla prima all’ultima pagina, senza creare un crescendo particolare, ma mantenendo una struttura narrativa precisa, un ritmo medio che rispecchia l’andatura della vita del protagonista e non stona con tutto il mondo che gira attorno al modo di vivere di Stoner.
Si tratta di un libro pieno di contenuti, che seppur affrontati in modo semplice con una scrittura diretta, è capace di sorprendere e far riscoprire la bellezza delle parole e la capacità di narrare qualcosa di semplice rendendolo straordinario.

John Williams
Stoner
332 pagine
17,50 euro

Voto Finale: ★★★★★ 

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L. Sartori,Lo strano caso di Michael Farner.

Scrivere è una passione, e per alcuni può diventare anche una mania con conseguenze quasi surreali. È il caso di Michael Farner, scrittore famoso, che da qualche tempo non riesce più a liberarsi di alcuni incubi. Il problema nasce quando questi incubi diventano i suoi personaggi, che pare abbiano deciso di tartassarlo nella maniera più drastica – e ammettiamolo, anche divertente – possibile. Senza andare troppo nel dettaglio, e rischiare pericolosi spoiler, “Lo strano caso di Michael Farner” è il racconto lungo dell’esordiente Lorenzo Sartori, edito da Nativi Digitali. Si tratta di un racconto, e di conseguenza una lettura veloce, che si presta a qualsiasi momento della giornata.
La storia si basa sulla vita di Michael Farner, che vedrà il proprio mondo andare in frantumi grazie alla cosa che ama fare di più, ossia scrivere. L’idea di base è stuzzicante e si entra quasi subito nel vivo del racconto grazie a svolte narrative brusche ma coerenti (per quanto coerente possa essere un racconto che definirei surreale) che portano il lettore a desiderare di proseguire la lettura. La scrittura è semplice, adatta al racconto, non si perde in descrizioni esagerate e non si percepiscono buchi narrativi pesanti o inutili. Il senso principale del racconto viene seguito senza troppe difficoltà, seppur i personaggi siano – per forza di cose – compressi per adeguarsi alla forma sintetica del racconto. Bruschi cambi di prospettiva riescono a capovolgere il lettore, senza tuttavia incasinarne la testa, riuscendo ad ottenere un bel colpo di scena che sfocia in momenti divertenti e più drammatici. Ecco, se dovessi trovare una debolezza, direi che la parte drammatica legata alle conseguenze degli eventi che il protagonista si trova ad affrontare, avrebbero potuto essere maggiormente sottolineate, per renderle non solo più incisive ma anche più coerenti; in modo tale da dare spessore al personaggio principale che quasi passa in secondo piano in più di una occasione.
Non nascondo, che lo avrei visto bene come romanzo se fosse stato ampliato maggiormente dall’autore: l’idea di base è forte, e potenzialmente originale e avrebbe quindi offerto buone basi per un romanzo. Ad ogni modo,rimane comunque un buon racconto, che riesce a divertire ed estraniare il lettore per una buona mezzora.

Lorenzo Sartori
Lo strano caso di Michael Farner
Nativi Digitali

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M. Iolita, Ritratti

cover

Immagina di essere di fronte ad una finestra aperta e di guardare il mondo con aria attenta, ma al tempo stesso mantenendo un atteggiamento distaccato, come se quelle persone che vedi passare per la strada non ti appartenessero. Ecco, mi sono sentita un po’ così leggendo “Ritratti” di Matteo Iolita. Un libro particolare, che parla un po’ di tutti e forse anche di te. Non lo definirei un vero e proprio romanzo, quanto un racconto breve dove l’autore mette in mostra un po’ dei nostri segreti, rimanendo sempre al suo posto, senza entrare troppo nel profondo, ma cogliendo l’essenza di una persona proprio come un vero e proprio ritratto.
L’autore ha scelto di usare la scrittura come mezzo attraverso il quale aprire una finestra sul mondo dei suoi personaggi. Perchè, in “Ritratti” – pubblicato da Gainsworth Publishing – non troviamo un solo personaggio attorno al quale ruota l’intero libro, ma ne troviamo molti, sia donne che uomini.
Ad aprire ogni breve capitolo è, infatti, il nome del personaggio al quale appartiene quella vita, quelle passioni, quelle piccole manie nascoste che di solito non vogliamo mai rivelare a nessuno, e di cui, spesso, ci vergogniamo. Sembra quasi che l’autore abbia scelto di osservare alcune persone per scriverne dei ritratti – cosa che mi ricorda un po’ Mr Gwyn di Baricco – per accentuarne la loro unicità agli occhi del lettore. O almeno, a me piace immaginarmelo così.
Si tratta di un libro breve, di circa 80 pagine, scritto con uno stile preciso, dove sono praticamente assenti i refusi più comuni agli esordienti – e di questo si ringrazia la casa editrice. Questo, aiuta la lettura, che procede sciolta e senza incomprensioni sino all’ultima pagine, in cui l’autore decide di chiudere il cerchio con una visione del tutto personale. Ogni capitolo è breve, e dedica al personaggio giusto due pagine, una scelta che potrebbe essere alla lunga stancante, ma, in questo caso, si rivela una scelta stilistica adeguata al libro e allo scopo. Il voler “spizzicare” un po’ dentro le vite degli altri, mostrando solo quel poco che basta per renderci coscienti delle nostre debolezze e differenze, lo rende un libro adatto ai giorni d’oggi, e riesce perfettamente a catturare l’attenzione del lettore.
Si presenta quindi come un libro apparentemente semplice, ma infondo anche un po’ complesso agli occhi di chi riesce ad andare oltre alle apparenze; un po’ come ognuno di noi.

Matteo Iolita
Ritratti
Gainsworth Publishing

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Feb 17, 2015 - COOL-tura    No Comments

L’amico scrittore e 8 riflessioni sulla lettura

Ho conosciuto il talento di Daniel Pennac quando ero molto giovane, leggendo “Abbaiare stanca” il quale riesce ancora ad evocare in me profondi ricordi. Ho approfondito questa conoscenza con “Il paradiso degli orchi” e stretto un legame profondo con “Come un romanzo”. Ora, quest’ultimo libro, più che un romanzo risulta essere un percorso riflessivo sulla lettura, sull’essere lettore, e sull’amore per questi mondi di carta e ne ho parlato ampiamente qui.
Il fatto è che il modo in cui Pennac riesce alla fine dei suoi romanzi, a lasciarti un po’ sospesa in quella sensazione in cui non sai se desideri abbracciarlo o commuoverti come una bambina, lo rende uno dei miei autori preferiti. Non scherzo, quando dico che la sua scrittura è semplice, precisa ed incredibilmente evocativa. Di fronte a questo, non posso che essere estremamente curiosa di leggere il suo nuovo libro “L’amico scrittore” edito da Feltrinelli. Perchè ancora una volta, Pennac sfrutta il libro per esporre una parte della sua vita, che abbraccia ancora una volta la lettura e forse un po’ di più la sfera della scrittura. Si tratterebbe, infatti, di una incursione nell’officina del famoso romanziere, tra ricordi e riflessioni, in cui Pennac si esprime – oltre che sulla genesi e i caratteri delle sue opere – sul mestiere dello scrittore, la lingua, il teatro, la lettura, la scuola, la cultura, la famiglia, la politica e l’Europa. E dopo i famosi “10 diritti del lettore”, prova a tracciare la mappa dei possibili diritti dello scrittore, a cominciare da quello fondamentale della libertà di scrittura.
In attesa di potervi dire di più, riporto questi estratti delle risposte dello scrittore al giornalista de La Repubblica, in cui Pennac torna ad affrontare il tema della lettura. Impossibile non essere d’accordo con lui!

-SUI GIOVANI E IL PIACERE SMARRITO DELLA LETTURA
“Le risposte sono tante: di solito si dà la colpa alla televisione, ai videogiochi, ai computer e più in generale a tutte le nuove tecnologie, ma anche la scuola e la società dei consumi sono spesso considerate responsabili. Invocando queste cause oggettive – che hanno tutte un qualche fondamento – ci si libera però da ogni responsabilità soggettiva: è sempre colpa degli altri e di un sistema su cui non abbiamo alcun controllo. Troppo facile! Ciascuno dovrebbe assumersi le proprie responsabilità. Per quanto riguarda la grande accusata, la televisione (e più in generale il mondo di internet e delle immagini), non credo che si debba demonizzare: la televisione non uccide la lettura. Naturalmente gli eccessi sono sempre pericolosi, ma la lettura e l’universo dell’immagine possono benissimo coesistere. La televisione non è responsabile di tutto. Spesso però i genitori obbligano i figli a leggere, mentre loro passano le serate davanti al televisore”.

-SUL RUOLO DELLA FAMIGLIA
Nelle famiglie in cui i genitori amano la lettura, ma senza imporla ai figli, anche questi spesso leggono. La lettura è un comportamento che si può trasmettere: ai bambini infatti noi non trasmettiamo valori, ma comportamenti. Anche la scuola può svolgere un ruolo importante, ma deve innanzitutto far scoprire agli allievi il semplice piacere di una storia, il piacere superficiale di un’avventura scoperta di capitolo in capitolo. Solamente in seguito si potrà porre qualche domanda sul significato di quella storia, perché naturalmente il piacere della lettura non è solo il piacere dell’evasione, ma anche quello della comprensione che implica sempre uno sforzo: chi scopre il piacere della lettura diventa rapidamente un lettore speleologo che si inabissa volentieri nelle profondità del testo. All’inizio però le nostre letture sono sempre figlie della soddisfazione immediata delle sensazioni e dell’immedesimazione totale con il testo: è così per tutti, non si può negarlo”.

-SE MANCA IL PIACERE DELLA LETTURA E’ MEGLIO SMETTERE?
“Ci sono molti motivi per interrompere la lettura di un libro. Se un romanzo è veramente brutto, se è una sequenza di stereotipi, di solito ce ne accorgiamo subito; e purtroppo un romanzo non è come il vino, non migliora invecchiando: inutile insistere. Altre volte, invece, ci capita di leggere un libro dietro cui sentiamo qualcosa che ci sfugge, una qualità che non riusciamo a cogliere fino in fondo. Anche in questo caso è meglio riporlo sullo scaffale della libreria: forse un giorno lo riprenderemo in mano, apprezzandone meglio tutte le sfumature. Crescendo, quello che prima ci sembrava un mattone, può rivelarsi una nuvola. Come mettiamo in cantina un vino troppo giovane per farlo invecchiare, così dobbiamo saper aspettare il giorno in cui saremo giunti all’altezza di un libro per il quale siamo noi ad essere ancora troppo giovani”.

-LA LETTURA COME ATTO SOVVERSIVO E DI RIVOLTA
“Domina la convinzione che si legga sempre con una qualche finalità: per istruirsi, per costruirsi o per mille altri buoni motivi. Ciò è probabilmente vero da un punto di vista culturale, ma errato da un punto di vista individuale, dato che non leggiamo “per”, ma “contro”: contro tutto ciò che ci dà fastidio, contro le contingenze familiari, sociali, patologiche, professionali, economiche. Leggiamo contro le malattie, contro il capoufficio, contro i professori, contro la metropolitana, contro la pioggia, contro la noia: quando leggiamo, mandiamo al diavolo tutti. La lettura è dunque un atto sovversivo, e al contempo una tregua che dichiariamo unilateralmente nell’incessante battaglia della vita quotidiana. Una tregua che ci consente di sfuggire alle contingenze di cui siamo prigionieri e di ritrovarci per qualche ora in un altro mondo. Durante il servizio militare, mi capitava spesso di pulire le latrine, una corvée che nessuno voleva fare. Con quella scusa però mi sono letto tranquillamente tutto Gogol’, perché, una volta sbrigato il compito assegnatomi, restavo nei bagni, sprofondato nella lettura del grande scrittore russo: tutto attorno l’universo militare spariva completamente. La lettura dunque è un rifugio, ma un rifugio paradossale, perché ci fa nascere al mondo: quando sono immerso in un libro, infatti, da un lato mi astraggo dalla realtà, ma dall’altro affondo ancora di più le mie radici in essa”.

-LETTORI NON SI NASCE MA SI DIVENTA…
“Certamente. Ma per riuscirvi, bisogna riconciliare gli studenti con la concentrazione e il silenzio. Uno studente, da quando esce di classe a quando arriva in camera sua, ha incrociato dieci videogiochi, ha tenuto l’ipod costantemente incollato alle orecchie, ha mandato venti sms, ha parlato al cellulare, ha elaborato tutta una strategia di gestione dei brutti voti da comunicare ai genitori: tutte cose che evidentemente lo turbano intellettualmente e non lo predispongono alla lettura. Esiste un universo degli ultimi della classe che è in gran parte occupato da una serie di attività parassitarie: io posso anche ordinarlo, ma quegli studenti a casa non leggono. La mia lettura in classe è allora un’opportunità. E non di rado si appassionano finendo poi da soli i racconti o i romanzi che ho iniziato a leggere in classe, soprattutto se lo si vieta loro!”.

-ANCHE I PIU’ REFRATTARI POSSONO DIVENTARE LETTORI?
“Credo di sì. Naturalmente ci vuole tempo, ma prima o poi tutti riescono a trovare il libro giusto che diventa la loro personale porta d’accesso alla lettura. I non lettori radicali sono veramente pochi, e spesso per ragioni che non hanno nulla a che vedere con la lettura stessa. Poi naturalmente c’è anche l’eccesso opposto, quello dei lettori che leggono di tutto e di continuo per creare una barriera tra loro e la vita: usano la bulimia di lettura come una muraglia che li protegge dalle minacce del mondo reale”.

-COSA RISPONDI QUANDO QUALCUNO TI DICE CHE NON HA TEMPO PER LEGGERE?
“Gli chiedo se in compenso ha il tempo di fare l’amore. Non ho mai sentito nessuno dire di non avere il tempo di fare l’amore, non avrebbe senso. Per la lettura è la stessa cosa: dire “non ho il tempo di leggere” è una frase insensata. Posso dire che non ne ho bisogno, che non mi piace o che non ne ho voglia, ma dire che non ho tempo è ridicolo. È solo una scusa per coprire la non voglia di leggere, che naturalmente è una non voglia legittima. Nessuno è obbligato ad aver voglia di leggere, ma i non lettori pensano sempre di doversi scusare. Il che è assurdo”.

-LEGGERE E’ UN VALORE?
“Leggere non è un valore; se si considerasse la lettura un valore si discriminerebbero automaticamente tutti coloro che non leggono. Nella lettura non c’è nulla di sacro e la lettura non ci salva da nulla. Ci permette però di acquisire una certa lucidità e contemporaneamente ci permette di sognare: tutti abbiamo bisogno di sognare, di evadere. Se mi si togliesse la possibilità di sognare, certamente morirei”.

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Gen 31, 2015 - Graphic novels    No Comments

Arleston, Barbucci, Ekhö-Mondo Specchio

Oggi vi voglio parlare di un mondo magico, che assomiglia un po’ al vostro mondo, ma che va oltre alle vostre aspettative. Immaginate di prendere un aereo che vi porterà a New York, magari per una vacanza, quando all’improvviso quasi sovrappensiero, un piccolo esserino simile ad uno scoiattolo ben vestito inizia a parlarvi, portandovi i suoi saluti. Penserete di essere pazzi, certo, specialmente quando vi renderete conto di essere gli unici in grado di vederlo. Eppure, è proprio quell’esserino, che vi porterà nel mondo di cui oggi voglio parlarvi.

Inizia proprio così l’avventura dei nostri protagonisti su Ekhö, un Mondo Specchio parallelo al nostro, un po’ particolare ed eccentrico dove i mezzi di trasporto non sono macchine, ma draghi e l’equilibrio del mondo sembra essere in mano a dolci creature chiamate Preshaun.
Quindi, un po’ per caso o per destino, una affascinante e prosperosa ragazza di nome Formicola Grattuglia (che nome originale!) si ritrova insieme ad un ricercatore quasi quarantenne, Yuri Podrov, in una città pittoresca e fantasiosa, cercando di far luce sul proprio passato, mettendo un po’ in ordine anche il presente senza pensare troppo al futuro. In un mondo dove le stranezze sono all’ordine del giorno, Formicola e Yuri dovranno fare i conti con la burocrazia locale, senza risultare troppo degli “Estranei” e finire in guai seri. Una idea originale, ironica, e un po’ magica, quella di Alessandro Barbucci e Christophe Arleston, che hanno avuto modo di lavorare insieme creando un volume davvero ricco di elementi. I disegni del bravissimo – e da me amatissimo – Barbucci, riempiono di dettagli le tavole, arricchendo in modo celestiale non solo i personaggi ma anche gli sfondi di questo magnifico mondo; affidati ad un tratto affatto realistico ma vagamente cartoonato, aiutano il lettore a calarsi del tutto in questo mondo nuovo.

Con una serie di intriganti misteri e divertenti vicissitudini, Arleston scrive una storia appassionante, sbizzarrendosi con personaggi ben caratterizzati: spogliarelliste che si sballano con saliva allucinogena di rospi; poliziotti farseschi; burocrati che impazziscono per il tè e così via. I testi si legano ai personaggi, senza snaturarne il comportamento ma accentuando proprio lo stile di vita e di pensiero, corrispondendo quasi perfettamente con i disegni di Barbucci, il quale riesce a rappresentare con bravura mozzafiato la voluttuosità maliziosa di Formicola e delle procaci stripper ed è capace di evocare un lieve, delicato erotismo che contribuisce a rendere ulteriormente interessante il libro.
A dare maggiore spinta e spessore a questa graphic novel, sono i colori di Nolwenn Lebreton, che riescono ad esprimere in tutto e per tutto l’anima del mondo, in un corretto bilanciamento tra colori scuri e chiari, esaltati dalla scelta di una carta lucida. La colorazione si lega perfettamente al tratto di Barbucci, diventando parte integrante del cuore di quest’opera!
Il volume Ekhö-Mondo Specchio New York/Parigi – edito in italia da Bao Publishing – racchiude due avventure che vedono i nostri protagonisti impegnati a cercare di ambientarsi e sopravvivere prima a New York e poi a Parigi in una serie di frizzanti e rocambolesche avventure. Il tutto viene presentato egregiamente grazie ad un cartonato elegante che si presenta benissimo in qualsiasi libreria. Il volume conclude entrambe le storie, e si potrà leggere singolarmente, anche se io infondo spererei in un prossimo e imminente seguito!

Ekhö-Mondo Specchio (New York/Parigi)
Arleston & Barbucci
Bao Publishing
101 pagine
17 euro

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