Mag 16, 2015 - A modo mio    No Comments

Questa sera scrivo di me.

Mi capita spesso di dire “questa sera scrivo” oppure “questa sera disegno o dipingo” e poi mi ritrovo a fissare lo schermo del cellulare, distesa sul divano con i piedi per aria. Eppure cos’è che ci ferma dal fare le cose che ci piacciono? Ci sono giorni in cui mi sento come bloccata. Dentro di me si scatenano una serie di bei propositi ed iniziative, che però, nel corso della giornata sfumano in pensieri lontani, dimenticati con la stessa facilità con la quale nascono. Spesso mi chiedo se il problema sono io che desidero fare troppe cose, altre volte do colpa al tempo che mi scorre via e mi inquieta, vedendomi già donna quando ieri avevo appena preso la patente.
Quindi ora sono qui a chiedermi dove mi porterà tutto questo, mentre cammino nel limbo dei miei sogni senza riuscire davvero a sentirmi soddisfatta. Avete mai la sensazione che la vostra vita vi stia scorrendo addosso senza che voi abbiate il tempo per fermarvi e dire: “Ehi, aspetta un attimo, qui io ci vivo. Fammi assaporare il momento!”? Siamo così presi dal lavoro, dai nostri impegni che quasi ci dimentichiamo di dare la giusta importanza alle cose che ci piacciono davvero. Io amo scrivere, mi fa sentire bene, e per questo ora sono davanti al computer poco prima di mezzanotte, a ritagliarmi quel poco tempo per mettere in ordine i pensieri obbligandomi a metterli per iscritto, come se scriverli qui potesse dargli la forma che richiedono per spiccare il volo.

Se mi soffermo a guardarmi attorno vedo una bella casa solo per me, un uomo che mi ama con tutto se stesso, degli amici che mi vogliono bene, e un lavoro che pur non essendo ciò che amo fare, mi garantisce l’autonomia di cui ho bisogno. Ho una bella vita, eppure da dove viene questo senso di insoddisfazione? Da dove viene quell’irrefrenabile desidero di cambiare le carte in tavola e reinventarsi? Cos’è che ci divide dal progettare il domani e dall’inseguire i nostri sogni? Forse la paura del domani. Quell’incertezza che si snoda alla radice del nostro cervello come se fosse pronto a frenarti e metterti all’erta su qualcosa di pericoloso. Quindi ecco che nascono le domande nella nostra testa, come funghi sotto gli alberi: E se la concentrazione sfumasse? Se non puoi dare tutto? Non ti rimarrà più niente? Forse devi solo trovare una strada diversa. Ecco cosa è terrificante. E se non riuscissi a dare il cento per cento? Forse devi solo tornare all’inizio e ricominciare tutto da capo.

 

Mar 31, 2015 - Recensioni    No Comments

M. Ende, Momo

Quando parliamo di fiabe ci vengono subito in mente i bambini e magari ci torna a galla qualche vecchio ricordo legato alle storie che il nostro papà o la nostra mamma ci leggeva prima di dormire. Eppure, non per forza una fiaba deve essere adatta solo ad un pubblico giovane, e Momo ne è un esempio. Non mi vergogno a dire che ho finito di leggere “Momo” di Michael Ende – già noto per “La storia infinita” – giusto l’altro giorno. Anzi, sono qui a dirvi che letto ad un livello superiore di coscienza questo romanzo rimane una delle analisi più accurate del mondo, di come l’umanità si stia trasformando, abbandonando ciò che c’è di più puro per seguire la frenesia della società moderna.
Tra le rovine di un anfiteatro, ai margini di una grande città, trova rifugio una strana bambina, che, fuggita dall’orfanotrofio non conosce nemmeno la propria età. Agli abitanti dei dintorni, che la guardano incuriositi, dice di chiamarsi Momo. Non passa molto tempo che la bambina si conquista la fiducia e la simpatia di tutti, chiunque abbia un problema va da Momo che non dà consigli e non esprime opinioni, si limita ad ascoltare con un’intensità tale che l’interlocutore trova da solo la risposta ai suoi quesiti. Sembrerebbe una fiaba felice se non fosse per i Signori Grigi, agenti della “Cassa di Risparmio del Tempo” che desiderano far risparmiare più ore possibili agli umani per trarre i propri benefici. Spetterà a Momo riuscire a smascherare questi esseri malvagi, per salvare non solo la vita dei propri amici ma anche la loro felicità.
La trama è scorrevole e prosegue in un ritmo moderato che accelera man mano che si raggiunge il finale. Segue una narrazione tipica della fiaba, attraverso un linguaggio semplice ma preciso, che non risparmia descrizioni ma lascia abbondante spazio all’immaginazione. La presenza di pochi personaggi permette al lettore di guardarli da diverse prospettive, rendendosi conto di come riescano a cambiare man mano che il tempo – nel romanzo e altrove – cambi. Ma quello che colpisce è come questo libro vada ben oltre ad una semplice fiaba: è un libro sul valore del tempo, il tempo da dedicare agli altri, a noi stessi, alle cose che ci fanno star bene, ai nostri pensieri e questo tempo, ci mostra Ende, viene sottratto dal ritmo lavorativo della società moderna che diventa sempre più frenetico. Vivere consuma il tempo ma ne conserva la qualità vitale, risparmiare il tempo spegne la vita e distrugge così il tempo. La fiaba di Ende racconta l’antico conflitto tra la vita e la morte in termini più sottili e moderni: a Momo, la bambina capace di ascoltare tanto da udire e fare udire le musiche, i silenzi e le avventure della vita interiore, si oppongono i Signori Grigi, nebbiosi, freddi e insinuanti che possono trasformare la vita in un vuoto insensato e ripetitivo e il cuore umano in un luogo sterile e chiassoso. La lotta di Momo contro i Signori Grigi si anima di continue invenzioni: il vortice vagante che crea le tempeste, la tartaruga Cassiopea che prevede il futuro, ma solo per la prossima mezz’ora, la stanza degli orologi di Maltro Hora, il custode del Tempo, e il luogo onirico da dove sgorgano e nascono le ore. La ricchezza delle immagini compensa i momenti più rari, in cui il conflitto non riesce ad attingere alla dimensione fiabesca. Si tratta quindi di un fantasy che si riscopre romanzo d’impatto sociologico. Ende scrive per bambini ma colpisce soprattutto i grandi, e per questo, lo trovo una lettura – consigliata! – e adatta a chiunque.

Momo
Michael Ende
Longanesi
245 pagine
17 euro

Voto Finale: ★★★★★ 

Mar 16, 2015 - Recensioni    No Comments

J.William, Stoner

Anche per me è giunto il momento di parlarvi di questo libro. So che avrete letto una miriade di recensioni, elogi all’autore e alla sua dialettica e forse non sarete neppure interessati a leggere altre righe su questo libro, che ormai sembra essere considerato pari ad un classico della letteratura. Eppure eccomi qui. Voglio dire anche io la mia, quindi iniziamo.
Quando ho iniziato a leggere questo libro avevo delle aspettative piuttosto alte, spinta dalla curiosità che era cresciuta in me man mano che sentivo parlare di questo romanzo. Solitamente, quando si hanno aspettative alte, il rischio che si venga un delusi è un po’ più presente, tuttavia, ho cercato di archiviare eventuali barriere mentali per approcciarmi alla lettura di Stoner nella maniera più diretta e semplice possibile.

La trama è piuttosto semplice: William Stoner, conduce una vita normalissima, quasi anonima, e legata all’ambiente universitario. «William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido» È proprio l’incipit del libro che racchiude l’intera vita del protagonista in poche righe; si tratta di una vita piatta, una esistenza legata allo studio, un matrimonio travagliato e svolte inaspettate che potrebbero dare conseguenze melodrammatiche.
Il fatto è che in Stoner non succede niente: non ci sono colpi di scena, atti di violenza, intrighi o grandi rivelazioni. In questo libro viene raccontata una vita apparentemente semplice e noiosa, di un personaggio qualunque che non si differenzia tanto da noi o dai milioni di altre vite che popolano questo pianeta. William Stoner è una persona come noi, e questo lo rende abbastanza speciale per farci un libro su di lui.
Allora cos’è che rende questo romanzo un capolavoro? La scrittura. Il modo in cui l’autore riesce a dare spessore ai suoi personaggi, sembra quasi disegnarti la vita di Stoner davanti agli occhi usando parole semplici, dirette ed estremamente evocative. Si tratta di una scrittura che lascia sorpresi già dalle prime pagine, e riesce a rapirti e a portarti altrove, dentro la vita di Stoner, ad un passo dai suoi problemi, dai suoi pensieri, e dalla sua passività che ti fa anche un po’ incazzare. Perché io, avrei voluto più di una volta prendere Stoner e schiaffeggiarlo, urlargli contro: “Incazzati! Di qualcosa a tua moglie! Reagisci, cazzo, fai qualcosa!” e invece, niente. Mi sono dovuta limitare ad assecondare la sua volontà, a guardarlo perire di giorno in giorno, vivendo sempre con la sua passività, e latente tristezza che celava dietro ai suoi libri, e un po’ meno di fronte a sua moglie.
Perché anche Edith, seppur essendo un personaggio secondario, assume una rilevanza notevole nel corso del romanzo, grazie ad un ruolo – seppur fastidioso – incisivo e veritiero rendendo a sua volta, la vita di Stoner ancora più ricca e povera al tempo stesso.
A lungo la passività del protagonista potrebbe indurre a provare un senso di noia, oltre che di fastidio, rischiando di far perdere interesse nella lettura. Ad ogni modo, Stoner non è un libro per tutti, e i lettori forti sanno che dietro un grande personaggio si nasconde una grande storia. Basta portare quindi un po’ di pazienza, proprio come ho fatto io, evitando di incazzarsi troppo ed imparando ad ascoltare in primis la storia che William Stoner vuole raccontarci.
L’abilità dell’autore rende grande questo romanzo, da spessore al contesto dalla prima all’ultima pagina, senza creare un crescendo particolare, ma mantenendo una struttura narrativa precisa, un ritmo medio che rispecchia l’andatura della vita del protagonista e non stona con tutto il mondo che gira attorno al modo di vivere di Stoner.
Si tratta di un libro pieno di contenuti, che seppur affrontati in modo semplice con una scrittura diretta, è capace di sorprendere e far riscoprire la bellezza delle parole e la capacità di narrare qualcosa di semplice rendendolo straordinario.

John Williams
Stoner
332 pagine
17,50 euro

Voto Finale: ★★★★★ 

L. Sartori,Lo strano caso di Michael Farner.

Scrivere è una passione, e per alcuni può diventare anche una mania con conseguenze quasi surreali. È il caso di Michael Farner, scrittore famoso, che da qualche tempo non riesce più a liberarsi di alcuni incubi. Il problema nasce quando questi incubi diventano i suoi personaggi, che pare abbiano deciso di tartassarlo nella maniera più drastica – e ammettiamolo, anche divertente – possibile. Senza andare troppo nel dettaglio, e rischiare pericolosi spoiler, “Lo strano caso di Michael Farner” è il racconto lungo dell’esordiente Lorenzo Sartori, edito da Nativi Digitali. Si tratta di un racconto, e di conseguenza una lettura veloce, che si presta a qualsiasi momento della giornata.
La storia si basa sulla vita di Michael Farner, che vedrà il proprio mondo andare in frantumi grazie alla cosa che ama fare di più, ossia scrivere. L’idea di base è stuzzicante e si entra quasi subito nel vivo del racconto grazie a svolte narrative brusche ma coerenti (per quanto coerente possa essere un racconto che definirei surreale) che portano il lettore a desiderare di proseguire la lettura. La scrittura è semplice, adatta al racconto, non si perde in descrizioni esagerate e non si percepiscono buchi narrativi pesanti o inutili. Il senso principale del racconto viene seguito senza troppe difficoltà, seppur i personaggi siano – per forza di cose – compressi per adeguarsi alla forma sintetica del racconto. Bruschi cambi di prospettiva riescono a capovolgere il lettore, senza tuttavia incasinarne la testa, riuscendo ad ottenere un bel colpo di scena che sfocia in momenti divertenti e più drammatici. Ecco, se dovessi trovare una debolezza, direi che la parte drammatica legata alle conseguenze degli eventi che il protagonista si trova ad affrontare, avrebbero potuto essere maggiormente sottolineate, per renderle non solo più incisive ma anche più coerenti; in modo tale da dare spessore al personaggio principale che quasi passa in secondo piano in più di una occasione.
Non nascondo, che lo avrei visto bene come romanzo se fosse stato ampliato maggiormente dall’autore: l’idea di base è forte, e potenzialmente originale e avrebbe quindi offerto buone basi per un romanzo. Ad ogni modo,rimane comunque un buon racconto, che riesce a divertire ed estraniare il lettore per una buona mezzora.

Lorenzo Sartori
Lo strano caso di Michael Farner
Nativi Digitali

M. Iolita, Ritratti

cover

Immagina di essere di fronte ad una finestra aperta e di guardare il mondo con aria attenta, ma al tempo stesso mantenendo un atteggiamento distaccato, come se quelle persone che vedi passare per la strada non ti appartenessero. Ecco, mi sono sentita un po’ così leggendo “Ritratti” di Matteo Iolita. Un libro particolare, che parla un po’ di tutti e forse anche di te. Non lo definirei un vero e proprio romanzo, quanto un racconto breve dove l’autore mette in mostra un po’ dei nostri segreti, rimanendo sempre al suo posto, senza entrare troppo nel profondo, ma cogliendo l’essenza di una persona proprio come un vero e proprio ritratto.
L’autore ha scelto di usare la scrittura come mezzo attraverso il quale aprire una finestra sul mondo dei suoi personaggi. Perchè, in “Ritratti” – pubblicato da Gainsworth Publishing – non troviamo un solo personaggio attorno al quale ruota l’intero libro, ma ne troviamo molti, sia donne che uomini.
Ad aprire ogni breve capitolo è, infatti, il nome del personaggio al quale appartiene quella vita, quelle passioni, quelle piccole manie nascoste che di solito non vogliamo mai rivelare a nessuno, e di cui, spesso, ci vergogniamo. Sembra quasi che l’autore abbia scelto di osservare alcune persone per scriverne dei ritratti – cosa che mi ricorda un po’ Mr Gwyn di Baricco – per accentuarne la loro unicità agli occhi del lettore. O almeno, a me piace immaginarmelo così.
Si tratta di un libro breve, di circa 80 pagine, scritto con uno stile preciso, dove sono praticamente assenti i refusi più comuni agli esordienti – e di questo si ringrazia la casa editrice. Questo, aiuta la lettura, che procede sciolta e senza incomprensioni sino all’ultima pagine, in cui l’autore decide di chiudere il cerchio con una visione del tutto personale. Ogni capitolo è breve, e dedica al personaggio giusto due pagine, una scelta che potrebbe essere alla lunga stancante, ma, in questo caso, si rivela una scelta stilistica adeguata al libro e allo scopo. Il voler “spizzicare” un po’ dentro le vite degli altri, mostrando solo quel poco che basta per renderci coscienti delle nostre debolezze e differenze, lo rende un libro adatto ai giorni d’oggi, e riesce perfettamente a catturare l’attenzione del lettore.
Si presenta quindi come un libro apparentemente semplice, ma infondo anche un po’ complesso agli occhi di chi riesce ad andare oltre alle apparenze; un po’ come ognuno di noi.

Matteo Iolita
Ritratti
Gainsworth Publishing

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