Ago 9, 2015 - Recensioni    No Comments

M. Serra, Gli Sdraiati

Potrei dire che questo libro rispecchia in tutto e per tutto la mia pigrizia estiva. Non perché sia un libro lento, noioso e difficile da leggere, ma perché mi sono dannatamente ritrovata nei panni del figlio appena diciottenne (si, mi sento giovane dentro) e in quello svacco totale in cui vive in questo libro. Ma andiamo per ordine.
“Gli Sdraiati” di Michele Serra non racconta niente di nuovo, ma si concentra in un argomento che probabilmente tocca e ha toccato gran parte di noi, cioè il rapporto genitore-figlio adolescente. Si tratta di un libro che è stato pesantemente spinto dai media, e per quanto io solitamente sia riluttante all’idea di fidarmi della eccessiva pubblicità, questa volta ho deciso di farmi forza. In sole 108 pagine, le quali si leggono davvero con una velocità sorprendente – visto che il libro si compone di mini-capitoli di poche pagine – Serra ci presenta il figlio adolescente attraverso i propri occhi da genitore, come un sdraiato. Una nuova categoria nel quale rientrano le nuove generazioni di ragazzi avvolti nelle loro felpe e circondati dai loro oggetti tecnologici come fossero prolungamenti post-umani del corpo e del pensiero. Eccoli i figli di oggi, quelli che preferiscono la televisione allo spettacolo della natura, che non amano le bandiere dell’Ideale, ma che vivono anarchicamente nel loro godimento autistico, eccoli in un mondo dove «tutto rimane acceso, niente spento, tutto aperto, niente chiuso, tutto iniziato, niente concluso». Eccoli i consumisti perfetti, «il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, l’illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa».
Così attraverso lo sguardo di un padre stanco, rammaricato e forse un po’ dispiaciuto dall’assenza di un reale legame con il figlio sempre distante, rapito da quel fancazzismo generale così tipico della sua età, riusciamo a farci una idea chiara dello svolgimento della storia. Una storia fatta di pensieri, che riescono ad evocare ricordi lontani e farci un po’ ridere grazie alla penna ironica e un po’ satirica tipica di Serra.

La voce del padre che urla tre le righe del romanzo sottilmente racconta proprio di una non comprensione e per certi aspetti di una non accettazione del mondo dei figli, che può evolversi in un’inadeguatezza nel avvicinarsi a loro, o addirittura in un’ostilità. Ciò che non si conosce, spaventa e ciò che spaventa, o si allontana o si combatte. Proprio quello che l’autore si propone di portare in scena nel fantascientifico romanzo – descritto proprio nel libro a momenti alterni – di cui anticipa la genesi: è la lotta tra vecchi e giovani, tra la superiore lungimiranza dei primi e la confusione dei ultimi.  È un esercito di vanagloriosi, quello dei vecchi, troppo intenti a mostrarsi ancora forti e capaci, non finiti, da non capire quanto una battaglia contro i giovani sia inutile e infruttuosa e vada contro la bellezza, la natura e la vita stessa. In più troviamo un disperato bisogno di condivisione che cerca la sua realizzazione attraverso una giornata in montagna, alla scoperta di Colle della Nasca.  Si percepisce in poche righe, il desiderio di passare una giornata assieme, per riscoprire la bellezza della natura e la pace interiore che il padre chiaramente ha ritrovato in quel luogo; luogo che cerca ora, di far apprezzare al figlio, il quale purtroppo pare essere del tutto disinteressato. È proprio nel epilogo della gita in montagna che fa capolino l’essenzialità del messaggio dell’autore/padre. Bastano due sillabe urlate al fondo di un sentiero nel paesaggio dove ancora galleggiava la sua infanzia a destarlo dal dialogo mentale che si snoda per tutte le 100 pagine: è un’accusa, un richiamo all’ordine. “Io – non altri- sono quelle due sillabe. Io sono quello che deve. Forse non vuole, forse non può, comunque deve”. È un riconoscimento: la restituzione da parte del figlio al padre, del giovane al vecchio, dell’importanza di un ruolo, del suo peso imprescindibile, della sua necessaria presenza.
Quindi troviamo tre trame che si intrecciano in una principale, ma che si integrano tra loro, senza distrarsi e sopratutto distrarre il lettore.
Al di là di regole, schemi, consigli, cioè che rende genitori è esserci nella relazione, riconoscere la propria parte, senza dare per scontata l’assoluta adesione alla stessa. Si diventa genitori, ma si continua ad essere persone che seguitano comunque a vivere: “L’amore naturale che si porta ai figli bambini non è un merito. Non richiede capacità che non siano istintive. Anche un idiota o un cinico ne è capace. […] E anni dopo, è quando tuo figlio si trasforma in un tuo simile, in un uomo, in una donna, insomma in uno come te, è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La pazienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità…troppe, troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere.”
È una sagoma paterna (più in generale, genitoriale) delicata, quella che compare sullo sfondo del romanzo, che rappresenta anche un elogio ad una generazione tanto discussa, ma forse poco compresa. Sono gli sdraiati e i loro padri.

Voto Finale: ★★★★☆ 

Gli Sdraiati
Michele Serra
Feltrinelli editore
108 pagine
12 euro

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Giu 22, 2015 - Recensioni    No Comments

J. Dicker, La verità sul caso Harry Quebert

Ho passato questo mese a leggere due gialli. Due libri lunghi più di settecento pagine, quindi mi ci è voluto un po’ di tempo. Ora, considerando che questi due libri dovrebbero essere due gialli, ecclamati entrambi dal pubblico, ho desiderato leggerli uno dietro l’altro per vedere se il potenziale fosse lo stesso nonostante fossero scritti da due autori diversi. Sto parlando di Uomini che odiano le donne di S. Larsonn, e La verità sul caso Harry Quebert di J. Dicker. Ora, non so se fosse perchè li ho letti entrambi uno dopo l’alto, o se gli svedesi in fatto di gialli sono davvero delle bestie umane, ma non me la sento proprio di mettere sullo stesso piano questi due libri.
Oggi vi parlerò di quello che, acclamato dal pubblico, doveva essere un esordio con il botto, un libro di cui il web parla bene, acclamato dalla critica e via dicendo, ossia La verità sul caso Harry Quebert.
Il protagonista è Marcus Goldman, un tizio di circa trent’anni diventato ricco e famoso dopo la pubblicazione del suo primo romanzo. Vive a New York e fa la classica bella vita dello scrittore. O almeno, vive lo stereotipo della vita fiammante degli scrittori famosi. Donne, alcol, feste. Il problema è che non riesce più a scrivere. Zero, niente di niente, neanche uno squallido abbozzo di trama. Il giorno della consegna si avvicina inesorabilmente e Marcus chiede aiuto al suo amico e mentore dai tempi dell’università, Harry Quebert, scrittore affermatissimo e famosissimo, ultra-rispettato. Volendogli un gran bene, Harry lo accoglie felicemente nella sua villa in un paesino in riva al mare. Solo che, durante la sua vacanzuccia in casa dell’amico, Marcus scopre – non vi dico come, ma tanto non è importante – che Harry ha avuto una storia con una quindicenne decenni prima, quando lui ne aveva trentaquattro. La ragazzina, Nola, è scomparsa lo stesso anno in cui si erano conosciuti. Ne parlano, ne discutono e poi è finita lì.
Peccato che pochi mesi dopo ne venga scoperto il giovine cadavere sepolto nel giardino di Harry. E la trama nel vero senso della parola inizierà a mettersi in moto da lì, dal ritrovamento di Nola. Ovviamente Harry è il primo sospettato, ma Marcus crede in lui e non si dà pace, si trasferisce nella sua villa e inizia a indagare. Vuole scoprire chi sia il vero assassino di Nola, così da poter scagionare l’amico.
E più o meno questo è tutto. Il problema è che sono 770 pagine.
Ora, potete ben capire che quando si inizia a leggere un libro così importante, spinti forse dalla curiosità dovuta alla spinta pubblicitaria e alle belle parole della gente, è normale che si abbia qualche aspettativa. Quindi ci si piazza sul divano, ci si mette comodi comodi e si inizia aprendo questo mattone di libro che a momenti non riesci neppure a tenere in mano, figurarsi leggerlo. Ma non è per il peso notevole del volume, quanto per la noia mortale che trasuda già dalle prime cento pagine. Ma andiamo con ordine.
Dalla trama si capisce l’intento dell’autore fosse quello di scrivere un giallo, che vede come protagonisti diverse persone di una piccola cittadina apparentemente tranquilla. L’idea di base ha anche del potenziale, ma il modo in cui è strutturata fa venire il sangue agli occhi. Non tanto per la struttura del giallo in se, che per carità, se sei abituata a leggere gialli capisci quasi subito chi è l’assassino, ma apprezzi comunque la struttura interna delle indagini e come l’autore cerca di portare avanti il libro. Il problema sta proprio nel ciò che c’è in mezzo. Circa quelle due o trecento pagine di niente.
Il libro parte bene, ma poi si perde e si perde con una facilità incredibile, in una serie di personaggi abbozzati e superficiali che via via che il libro prosegue ti rendi conto che non ti lasciano niente. Non sono strutturati, sono solo li per dare spessore alle indagini e aggiungere del materiale senza al quale, probabilemte il libro potrebbe andare avanti comunque. Dicker ha tutto un suo modo per incasinarti il cervello. E questo in un giallo dovrebbe essere una cosa positiva, ma in questo libro, l’autore mette troppe cose, troppi dettagli che legano gli stessi personaggi in una trama degna di qualche soap opera e perde quindi di credibilità. Alla base di tutto, infatti, troviamo la storia d’amore tra Harry e Nola, questa ragazzina di quindici anni – che per dio è sempre una minorenne che ha una storia con un trentacinquenne. Al dilà dell’amore, della gentilezza, della candida anima che potrebbero avere i personaggi, per una cosa così si va in galera, punto. Ma si cerca di farselo andare bene, di deglutire e procedere con la lettura. Peccato che il modo in cui l’autore affronta la storia d’amore tra i due, è peggio di rovesciare un vasetto di miele direttamente sulle pagine. Non parlano d’altro, i loro dialoghi sono insopportabili e improponibili, una sequela di ‘Mi ami?’, ‘Ti amo!’, ‘Un giorno saremo felici!’, ‘Stobbène solo con tè!’ e via dicendo. Davvero, mai una volta che si sognino di cambiare argomento. Ora, io ammetto di essere romantica quanto un triceratopo, ma santoddio, non li si può leggere.
Così arriviamo ad un altro punto dolente del libro, ossia i dialoghi. Pagine e pagine e pagine di dialoghi lunghi e imbarazzanti. Ridotti all’osso, in una serie di battute stile sceneggiatura di un film – non mi stupirei se ci fosse già un film in atto su questo libro – che sono state scritte solo al fine di allungare il brodo senza dare un minimo di spessore ai personaggi. L’autore è giovane, ha solo trent’anni e questo sembra essere il suo secondo libro, acclamato in Francia e anche a quanto pare in Italia. Ma si sa, agli italiani piace leggere romanzetti harmony sotto il sole e probabilemente considerano un colpo di scena un uomo che si toglie le mutande e fa l’elicottero, quindi non mi stupisco più di niente.
È interessante l’idea che alla fine – o a metà – tu ti renda conto di tenere tra le mani il libro che avrebbe dovuto scrivere non l’autore ma bensì il protagonista e il fatto che la struttura dei capitoli partano dal trentunesimo fino ad arrivare al primo, seguendo dei consigli sulla scrittura che Harry cerca di dare a Marcus. Eppure, arrivando all’ultimo consiglio, l’autore riesce a scrivere: “Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un instante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perchè sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispisce di aver finito.” Ora, inutile dire che quando ho letto queste frasi e ho finito il libro, la mia reazione non è stata proprio questa. Si, la tristezza l’ho sentita, ma per tutta la durata della lettura, e per il tempo che ho speso e nel quale avrei potuto fare altro. Ma se tu, autore, sei cosciente di come funziona il mondo della narrativa per il lettore, come mai poi scrivi questa merda?
Forse voi vi starete chiedendo perchè ho letto questo libro e non l’ho lasciato a metà? Ammetto di essere stata tentata, ma per il bene vostro che mi leggete, ho ritenuto almeno indispensabile arrivare fino alla fine, e sacrificarmi per una buona causa; ossia per poter scrivere questa recensione e mettervi in guardia dalle numerose belle parole che troverete sul web, e per dirvi di risparmiare i vostri soldi per qualcosa di migliore.

Voto Finale: ★★☆☆☆ 

La verità sul caso Harry Quebert
Joel Dicker
Bompiani edizioni
777 pagine
19,50 euro

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Mag 22, 2015 - Recensioni    No Comments

Il giardino segreto, Johanna Basford

Oggi voglio un po’ cambiare rotta, e parlarvi di un libro un po’ particolare, che non si legge, ma si sfoglia, si ammira, e si colora. L’ho scoperto grazie ad una amica, che me ne ha parlato la settimana scorsa. Ora, pensate che la sottoscritta sia completamente rapita dalla lettura di un libro per una futura recensione? Pensate che sia così concentrata sulla stesura di un possibile romanzo? Ebbene, ovvio che no. Si sa che sono una persona piuttosto lunatica, che cambia idea spesso e insieme ad essa anche hobby. Oggi voglio fotografare il mondo, ma anche scrivere e leggere un po’; però domani, magari, mi verrà voglia di fare la pittrice e mettere da parte i videogiochi per stimolare la mia creatività. Non so bene se riuscirò mai a concludere qualcosa nella mia vita, quello che è vero però, è che inizio un sacco di cose, e dentro a quel “sacco di cose” ho riscoperto il piacere di colorare. Si, hai capito bene: colorare. Se c’è una cosa che impariamo a fare da piccoli è proprio impugnare un pennarello, una matita o un gessetto e iniziare a disegnare su un foglio di carta, lasciando che la nostra immaginazione vaghi libera insieme ai colori. Quindi, una volta rientrata a casa dopo una lunga giornata di lavoro, dopo aver finito di sparecchiare la tavola sistemando l’ultimo piatto nella lavastoviglie, mi accingo a sfruttare al meglio la serata mettendo su un po’ di musica e aprendo il libro di cui oggi ti voglio parlare.

Si chiama “Il giardino segreto – giochi di inchiostro in punta di pennino” di Johanna Bastford, ed è un libro bellissimo. Seppur sia indicato per bambini tra i 5 e i 9 anni di età, è un libro che consiglio anche agli adulti in quanto ha un potenziale creativo importante, e ha la capacità di fungere da antistress,dopo appunto, una giornata intensa. Tutto quello che devi fare, è aprire questo libro, e recuperare le famose matite colorate che tanto amavi quando eri giovane e spensierata, proprio quelle li, che hai lasciato dentro un piccolo astuccio ricoperto di scritte o che hai dimenticato da qualche parte, dentro un cassetto.
È fondamentalmente un libro in cui potersi lasciare andare, semplicemente colorando. Non sono richieste abilità speciali, non devi essere un’artista per affrontare questo libro, devi essere solo te stessa, con una gran voglia di rilassarti. I colori ci condizionano, ci rilassano, e riescono a liberarci la testa da qualsiasi pensiero, e questo libro ne è la dimostrazione. Colorare è un’attività manuale che richiede concentrazione, ripetizione, creatività. Si tratta di abilità e competenze, mediate dall’emisfero destro (intuitivo ed emotivo),  che sospendono momentaneamente l’emisfero sinistro (razionale e verbale). Il pensiero, come noto, è veloce e quasi inarrestabile, motivo per cui siamo sempre presi da qualcosa: organizzare azioni, interpretare eventi, sviluppare ansie e conflitti, mettere a tacere le emozioni o esprimerle in modo dirompente. Il pensiero, che attiva pensieri senza pause, trasforma il corpo in concentrati di tensioni; per cui è fisiologico trovare il tempo e il modo per fermarlo e  concedergli una pausa.  A questo serve il rilassamento psicofisico. Sembra strano, ma non tutte le persone sanno rilassarsi; eppure è abbastanza semplice, serve solo conoscersi in modo sincero. È importante essere consapevoli delle azioni e dei gesti che ci distraggono e attraverso cui possiamo coccolarci. Ognuno ha le sue, certo, e le ha scelte in base ai gusti, al carattere, alla storia personale. Esistono poi delle pratiche ben precise che le neuroscienze hanno dimostrato essere efficaci per ridurre lo stress: la meditazione, la preghiera, lo yoga e tutte quelle attività manuali che sono, appunto, ripetitive e creative come colorare.

Ricco di dettagli, di immagini evocative disegnate con cura e abilità dall’autrice, Il giardino segreto offre un susseguirsi di trame monocromatiche che aspettano solo la vostra creatività per prendere forma ed espressione. Arricchito con qualche spazio bianco dove lasciar spazio alla vostra immaginazione, per completare qualche disegno e sentirsi un po’ degli artisti, è un libro che si rivolge anche ai più piccoli e li conduce in un viaggio meraviglioso tra labirinti, giardini, e creature da scoprire dentro l’intreccio della china.
Sfogliando le pagine de Il giardino segreto, vi verrà voglia di immergervi in un mondo di punti che si abbracciano e creano figure evocative e poetiche. Vi verrà voglia di creare un piccolo posto tutto vostro, un appartato avamposto di espressione e delicatezza. Poco importa che sia un nascondiglio sotto il letto o il rincuorante avvallamento che sono le radici dei grandi alberi sanno creare: certi luoghi dell’ispirazione sono fatti privati, con una geografia del tutto imprevista.
Se dovessi trovare un aspetto negativo, direi che la carta utilizzata per i disegni è troppo sottile o quantomeno troppo assorbente e non consente l’uso di pennarelli a punta fine, poiché l’inchiostro trapassa e rischia così di rovinare i disegni posti sull’altra pagina (essendo disegnato su fronte e retro). Tuttavia, le matite colorate danno un tono più sofisticato e ritornare ad usare questi famosi pastelli mi mette un po’ di nostalgia nel cuore.
Pubblicato in Italia da Gallucci editore, è solo uno dei tanti libri da colorare per adulti che stanno spopolando in Francia, Gran Bretagna e Spagna. La stessa autrice di “Il giardino segreto” ha recentemente pubblicato anche “La foresta incantata” che offre altrettanti disegni legati al mondo della natura.

Quindi cosa aspettate? Date sfogo alla vostra creatività, seguite l’impulso del momento e concedetevi una serata tutta per voi, con una tranquilla musica di sottofondo che vi accompagna in questo mondo di colori e fantasia.

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Mag 16, 2015 - A modo mio    No Comments

Questa sera scrivo di me.

Mi capita spesso di dire “questa sera scrivo” oppure “questa sera disegno o dipingo” e poi mi ritrovo a fissare lo schermo del cellulare, distesa sul divano con i piedi per aria. Eppure cos’è che ci ferma dal fare le cose che ci piacciono? Ci sono giorni in cui mi sento come bloccata. Dentro di me si scatenano una serie di bei propositi ed iniziative, che però, nel corso della giornata sfumano in pensieri lontani, dimenticati con la stessa facilità con la quale nascono. Spesso mi chiedo se il problema sono io che desidero fare troppe cose, altre volte do colpa al tempo che mi scorre via e mi inquieta, vedendomi già donna quando ieri avevo appena preso la patente.
Quindi ora sono qui a chiedermi dove mi porterà tutto questo, mentre cammino nel limbo dei miei sogni senza riuscire davvero a sentirmi soddisfatta. Avete mai la sensazione che la vostra vita vi stia scorrendo addosso senza che voi abbiate il tempo per fermarvi e dire: “Ehi, aspetta un attimo, qui io ci vivo. Fammi assaporare il momento!”? Siamo così presi dal lavoro, dai nostri impegni che quasi ci dimentichiamo di dare la giusta importanza alle cose che ci piacciono davvero. Io amo scrivere, mi fa sentire bene, e per questo ora sono davanti al computer poco prima di mezzanotte, a ritagliarmi quel poco tempo per mettere in ordine i pensieri obbligandomi a metterli per iscritto, come se scriverli qui potesse dargli la forma che richiedono per spiccare il volo.

Se mi soffermo a guardarmi attorno vedo una bella casa solo per me, un uomo che mi ama con tutto se stesso, degli amici che mi vogliono bene, e un lavoro che pur non essendo ciò che amo fare, mi garantisce l’autonomia di cui ho bisogno. Ho una bella vita, eppure da dove viene questo senso di insoddisfazione? Da dove viene quell’irrefrenabile desidero di cambiare le carte in tavola e reinventarsi? Cos’è che ci divide dal progettare il domani e dall’inseguire i nostri sogni? Forse la paura del domani. Quell’incertezza che si snoda alla radice del nostro cervello come se fosse pronto a frenarti e metterti all’erta su qualcosa di pericoloso. Quindi ecco che nascono le domande nella nostra testa, come funghi sotto gli alberi: E se la concentrazione sfumasse? Se non puoi dare tutto? Non ti rimarrà più niente? Forse devi solo trovare una strada diversa. Ecco cosa è terrificante. E se non riuscissi a dare il cento per cento? Forse devi solo tornare all’inizio e ricominciare tutto da capo.

 

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Mar 31, 2015 - Recensioni    No Comments

M. Ende, Momo

Quando parliamo di fiabe ci vengono subito in mente i bambini e magari ci torna a galla qualche vecchio ricordo legato alle storie che il nostro papà o la nostra mamma ci leggeva prima di dormire. Eppure, non per forza una fiaba deve essere adatta solo ad un pubblico giovane, e Momo ne è un esempio. Non mi vergogno a dire che ho finito di leggere “Momo” di Michael Ende – già noto per “La storia infinita” – giusto l’altro giorno. Anzi, sono qui a dirvi che letto ad un livello superiore di coscienza questo romanzo rimane una delle analisi più accurate del mondo, di come l’umanità si stia trasformando, abbandonando ciò che c’è di più puro per seguire la frenesia della società moderna.
Tra le rovine di un anfiteatro, ai margini di una grande città, trova rifugio una strana bambina, che, fuggita dall’orfanotrofio non conosce nemmeno la propria età. Agli abitanti dei dintorni, che la guardano incuriositi, dice di chiamarsi Momo. Non passa molto tempo che la bambina si conquista la fiducia e la simpatia di tutti, chiunque abbia un problema va da Momo che non dà consigli e non esprime opinioni, si limita ad ascoltare con un’intensità tale che l’interlocutore trova da solo la risposta ai suoi quesiti. Sembrerebbe una fiaba felice se non fosse per i Signori Grigi, agenti della “Cassa di Risparmio del Tempo” che desiderano far risparmiare più ore possibili agli umani per trarre i propri benefici. Spetterà a Momo riuscire a smascherare questi esseri malvagi, per salvare non solo la vita dei propri amici ma anche la loro felicità.
La trama è scorrevole e prosegue in un ritmo moderato che accelera man mano che si raggiunge il finale. Segue una narrazione tipica della fiaba, attraverso un linguaggio semplice ma preciso, che non risparmia descrizioni ma lascia abbondante spazio all’immaginazione. La presenza di pochi personaggi permette al lettore di guardarli da diverse prospettive, rendendosi conto di come riescano a cambiare man mano che il tempo – nel romanzo e altrove – cambi. Ma quello che colpisce è come questo libro vada ben oltre ad una semplice fiaba: è un libro sul valore del tempo, il tempo da dedicare agli altri, a noi stessi, alle cose che ci fanno star bene, ai nostri pensieri e questo tempo, ci mostra Ende, viene sottratto dal ritmo lavorativo della società moderna che diventa sempre più frenetico. Vivere consuma il tempo ma ne conserva la qualità vitale, risparmiare il tempo spegne la vita e distrugge così il tempo. La fiaba di Ende racconta l’antico conflitto tra la vita e la morte in termini più sottili e moderni: a Momo, la bambina capace di ascoltare tanto da udire e fare udire le musiche, i silenzi e le avventure della vita interiore, si oppongono i Signori Grigi, nebbiosi, freddi e insinuanti che possono trasformare la vita in un vuoto insensato e ripetitivo e il cuore umano in un luogo sterile e chiassoso. La lotta di Momo contro i Signori Grigi si anima di continue invenzioni: il vortice vagante che crea le tempeste, la tartaruga Cassiopea che prevede il futuro, ma solo per la prossima mezz’ora, la stanza degli orologi di Maltro Hora, il custode del Tempo, e il luogo onirico da dove sgorgano e nascono le ore. La ricchezza delle immagini compensa i momenti più rari, in cui il conflitto non riesce ad attingere alla dimensione fiabesca. Si tratta quindi di un fantasy che si riscopre romanzo d’impatto sociologico. Ende scrive per bambini ma colpisce soprattutto i grandi, e per questo, lo trovo una lettura – consigliata! – e adatta a chiunque.

Momo
Michael Ende
Longanesi
245 pagine
17 euro

Voto Finale: ★★★★★ 

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