Nov 23, 2015 - Recensioni    No Comments

C. McCarthy, Figlio di Dio

“Pensate che a quei tempi la gente fosse più cattiva di oggi? chiese il vicesceriffo.
Il vecchio stava guardando la città inondata. No, disse. Non lo penso. Penso che la gente sia la stessa fin dal giorno che Dio creò il primo uomo.”

Oggi vi voglio parlare di un autore che mi piace particolarmente: Comac McCarthy. Io sono affezionata alla Trilogia della Frontiera (rimando alla recensione qui), scritti tra il 1992 e il 1998 con ambientazione Western. Tuttavia è solo nel 2005 con il thriller Non è un paese per vecchi, che, grazie alla trasposizione cinematografica a opera dei Fratelli Coen, ha fatto conoscere McCarthy a un pubblico più ampio, soprattutto al di fuori degli Stati Uniti. Ancora più recente, il libro La Strada – con il quale ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa – ha nuovamente portato sul grande schermo un ambientazione fantascientifica-catastrofica, con il nome di “The Road”.
Così dopo aver letto i libri sopra citati (e visto i corrispettivi film) ho deciso di avventurarmi nuovamente nella sua mente malata, leggendo Figlio di Dio, un volumetto di sole 160 pagine.
All’inizio, come ogni volta che si prende in mano un libro di McCarthy, si percepisce quel vago senso di spaesamento dovuto alla scrittura fitta ma assai precisa e descrittiva dell’autore che ti sbatte direttamente dentro all’ambientazione con la stessa velocità di un respiro. Non hai tregua, non hai possibilità di fermarti e assaporare la prosa perchè Comac è diretto, crudo, a volte estremo nella narrazione, riesce a trasmettere sensazioni che pochissimi scrittori attraverso le parole riescono a far trasparire. I suoi personaggi, come la sua scrittura, sono solitari e schivi, chiusi nella solitudine della propria esistenza interagiscono con il mondo esterno unicamente quando il contatto risulta inevitabile. Si muovono leggeri tra le pagine, la loro vita racchiusa in un’immagine o in un segno è sempre pronta a schiudersi in una frase, in un’azione.
E così, in Figlio di Dio conosciamo la figura cupa di Lester Ballard, un uomo violento che vive ai margini della società muovendosi tra le persone ma preferendo la compagnia del silenzio e del whisky. Non c’è motivo di cercare significati inesistenti dietro a questo libro. Ogni cosa viene presentata nel modo in cui deve essere, niente di più, niente di meno. Si potrebbe dire che il narratore, McCarthy, non esiste. La sua presenza non si sente. È tutto così splendidamente raccontato e mostrato che ogni parola s’incastra nel posto giusto e non ha bisogno di spiegazioni. Questo perchè McCarthy è uno scrittore eccezionale, dal talento unico che può piacere infinitamente o essere odiato. Non concede vie di mezzo. E anche lo stesso protagonista, non concede alcuna scusa, ne tempo per pensare. Lui agisce secondo il proprio pensiero, davanti al quale noi ci inorridiamo spinti da una coscienza che non troviamo dentro al protagonista. Ci viene spontaneo chiederci perchè e cosa ci sia alla radice dei comportamenti di Ballard. Inutile dire che non troveremo risposte, e non sarà lui a darci qualche spiegazione. Oppresso dalla miseria umana, Ballard si ribella. Uccidendo. Stuprando. Non è anche questo parte di noi, del nostro operare? Sono gesti estremi, portati alla loro estrema accezione proprio grazie a Ballard. Sono atti che ci possono aiutare a comprendere meglio cosa c’è dentro il nostro cuore, dentro la parte buia.
McCarthy ha voluto scrivere una storia lapidaria, chiusa, senza speranza ma forse in parte quella meno coinvolgente, rispetto ad altri libri come la Trilogia della Frontiera. Dialoghi brevissimi, risposte secche, mai un acccenno di pensiero, mai un niente di niente, eppure il libro è sempre pervaso da quell’inconfondibile e superba descrizione della natura che accompagna tutti i libri dell’autore. Lester Ballard è un figlio di Dio, un essere umano qualunque, come me che sto scrivendo in questo momento, e come voi che state leggendo. Questo figlio di Dio si muove nella natura grandiosa che è poi Dio stesso. Il fatto che Lester Ballard sia diventato un animale, un pazzo omicida, non lo divide nettamente, e anzi, non lo divide proprio dagli altri personaggi, e nemmeno da noi, perché lui è esattamente come tutti gli altri. Un uomo.
La violenza è inserita magistralmente, senza sbavature, senza annunciazioni. Un momento stai leggendo la descrizione di una notte stellata, un momento dopo il protagonista spara a qualcuno, eppure quasi non si nota la differenza talmente il tutto è descritto in maniera normale, come se fosse ovvio che un fatto del genere accadesse lì, in quella pagina. La bravura di McCarthy nel mostrare il Male, soprattutto quello umano, si mescola a quella natura spaventosa e bellissima in cui l’uomo da sempre si muove, avvicinandosi a essa.
C’è da dire che Figlio di Dio è uno dei primi libri di McCarthy e si sente. Un po’ acerbo dal punto di vista della storia, che manca di spessore rispetto ai libri sucessivi, ma rimane comunque coerente con il messaggio che vuole trasmettere attraverso le gesta – per noi incomprensibili e prive di morale – di Ballard.
Rimane così un libro forte, non adatto a tutti, e specialmente ai facilmente impressionabili, proprio per via della violenza e di quella costante ansia che ti assale, pagina dopo pagina, come avere un uomo alle spalle che ti punta il fucile alla testa prima di premere il grilletto.

Voto Finale: ★★★☆☆ 

Titolo: Figlio di Dio
Autore: Comac McCarthy
Editore: Einaudi
Pagine: 160
Prezzo: 10 euro

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Nov 8, 2015 - Graphic novels    No Comments

T. Moore, Strangers in paradise

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“La mia vita sono pagine stropicciate e mezze finite al sorgere del sole… se c’è una cosa che ho imparato è che non si può tornare a casa ogni volta che si vuole, che non si può sempre trovare nel prossimo un sorriso e che, senza amore, siamo solo stranieri in paradiso.”

Fare una recensione di un volume, che sia libro o graphic novel, è già complicato di suo. Tuttavia oggi voglio fare qualcosa di più complicato, cioè parlarvi di una serie di ben sei volumi. In realtà “Strangers in Paradise” di Terry Moore è composta da ben 106 albi, che sono stati raccolti in una edizione nuova in sei volumi editi dalla Bao Publishing. Quindi sono una sorta di sei mallopponi che non farete comunque fatica a finire.
La storia narra le vicende della protagonista Katina Choovanski (Katchoo), giovane artista non più adolescente, dell’amica del cuore Francine Peters, suo amore proibito e di David Qin, il comune amico che si pone al centro della triangolazione analizzata in ogni sfumatura della complicata relazione che s’instaura tra di loro. Ciò che colpisce e che viene subito all’occhio è la profondità e la struttura complessa dei protagonisti, che appaiono degne persone reali e si mostrano ai nostri occhi con le loro debolezza, le loro forze e la complessità degli animi. Pare – stando a Wikipedia, di cui riporto qui una citazione – che sia un’opera principalmente letto da donne: “A partire dalla seconda serie, Moore introduce degli elementi thriller legati al difficile passato di Katchoo, e che diventano il secondo asse portante della storia. La serie è nota soprattutto per essere seguita da un pubblico che normalmente non legge i fumetti, ed in particolare dalle donne. Si calcola che circa un 50% dei suoi lettori lo siano, anche se non ci sono conferme”.
Come anticipato dalla citazione qui sopra riportata, Strangers In Paradise segue un filone sentimentale che potrebbe attrarre così un pubblico femminile, ma si compone anche di una buona dose di azione, scene cruente legate al passato oscuro di Katchoo che man mano viene a galla insieme ai ricordi e ai flashback proposti dall’autore.
Non è mia intenzione fare spoiler, quindi cercherò di essere il più precisa possibile senza scendere troppo nel dettaglio.
Strangers in Paradise si struttura in più piani: a livello narrativo Moore propone una serie di sottotrame che si legano al quotidiano vissuto dai tre protagonisti, senza sbilanciare l’equilibrio perfetto e snaturare il fumetto. Le sottotrame, anzi, vanno ad arricchire i personaggi, costringendoli a mettersi in gioco o in dubbio, distruggendo spesso le proprie convinzioni per ricominciare da zero. Moore riesce ad attenersi alla realtà della quotidianità, proponendo una storia convincente sotto molti punti di vista. A partire dalla complessità dei personaggi, che rispecchiano un po’ i nostri modi di fare, dove non è così difficile riuscire a impersonificarsi e trovare, in uno dei tanti personaggi, un po’ il proprio preferit; fino ad arrivare alla vera e propria struttura narrativa. Moore inizia la story-line di Strangers In Paradise giocando con i ritmi delle sit-com e dei romanzi chick-lit in maniera irresistibile, scrivendo dialoghi spassosi e divertenti che in certi momenti, però, si rivelano profondi e intensi. Scava in maniera magistrale nella psiche di Francine e Katchoo, mettendone a nudo le fragilità, le intime paure, i desideri e i sogni più profondi, partendo da situazioni quotidiane che però si evolvono trasformandosi ora in una commedia demenziale, ora in un thriller. Arricchisce con elementi nuovi, che si presentano al lettore volume dopo volume, tirando pian piano il filo della storia anche grazie ai personaggi secondari come Casey, Freddie, Tambi. In più, stupisce anche a livello strutturale, alternando le tavole inchiostrate – ma prive di colori, ma non per questo meno ricche – a brevi pagine scritte come se fosse un romanzo.
Alla raffinatezza dell’aspetto testuale corrisponde poi l’eleganza dei disegni. Lo stile di Moore è fluido, dinamico, raffinato e la visualizzazione della delicata bellezza delle protagoniste, delle emozioni mutevoli dei personaggi, delle ambientazioni, siano esse un loft disordinato, un attico lussuoso, un museo, una tavola calda o una spiaggia delle Hawaii è impeccabile. Anche l’aspetto grafico è comunque versatile; in effetti, malgrado predomini uno stile realistico, in certe tavole Moore si diverte ad imitare quello dei cartoni animati e dei fumetti con risultati deliziosi.
Moore si mostra capace di rappresentare l’universo femminile insieme a quello maschile nella loro complessità, senza strafare o cadere nei soliti cliché. Riesce a dare spessore a tutti i personaggi, esprimendo fino alla fine le loro sfumature più profonde, apparendo così naturali e privi di forzature.
Tutto ciò fa di Strangers in Paradise una serie capace di divertire e commuovere, diventando così un oggetto prezioso che non dovrebbe mancare in libreria.

Strangers In Paradise
Terry Moore
Bao Publishing
Volumi 1-6

Voto Finale: ★★★★★ 

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Nov 3, 2015 - Graphic novels    No Comments

Radice, Turconi; Il Porto Proibito.

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“In questo ci somigliavamo: tesi verso l’infinito, bisognosi d’immenso.
Come stelle… che solo in cielo, e in mare, trovano lo spazio di essere.”

WP_20151103_004Avevo promesso che sarei tornata a scrivere quindi eccomi qui pronta per parlarvi di un volume davvero prezioso. Si chiama “Il Porto Proibito”, graphic novel scritta da Teresa Radice e Stefano Turconi, ed edito da Bao Publishing. Sono entrata in possesso di questo libro al Treviso Comics dove gli autori mi hanno gentilmente firmato la copia, e Turconi mi ha fatto uno sketch adorabile. Inutile dire che l’ho finito in breve tempo, seppur il fumetto sia ricco di dettagli sulla quale vale la pena soffermarsi.
La storia gira attorno alla storia di Abel, un giovane naufrago afflitto da amnesia che viene recuperato dal comandante dell’Explorer. Sarà li, tra vele e armeggi che il giovane ragazzo cercherà di ritrovare chi era, scavando nella propria vita con discrezione ma dolcezza; intrecciando la propria vita e i propri ricordi che riaffioreranno piano piano come la spuma delle onde con quelle degli altri personaggi.
La raffinatezza dei tratti del disegno, rispecchia l’animo dei personaggi che risultano essere completi sotto ogni punto di vista. Rende quasi visibile quel contrasto tra la potenza delle loro vite e dei loro pensieri, e il tratto semplice, appena abbozzato e leggero che ti accompagna per tutto il volume. Non sono presenti chine, ma solo matite e questo non fa altro che rendere più prezioso questo volume.
All’inizio ti scopri insicura, ritrovandoti in un mondo di marinai, mozzi, prostitute e tesori nascosti. Ti senti quasi affine all’insicurezza di Abel, con la quale si affaccia ad un mondo che lo vuole pronto e sicuro, e che lo sorprende ogni volta con la semplicità di un canto di violino.

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La storia è profonda, solida e mostra in tutta la sua composizione la preparazione degli autori, che non si sono distratti e lasciati trasportare dalle loro stesse navi, ma hanno saputo gestire un viaggio importante senza far perdere di ritmo il volume. Si tratta di una storia di crescita, di formazione, di amore, di ricordi malinconici e bugie sottili che prendono corpo all’interno dei personaggi di Abel, Rebecca, il capitano Nathan MacLeod, e le tre sorelle della locanda. Leggendo le pagine del Porto Proibito, si trattiene il fiato e si sorride, di fronte al modo in cui attraverso i personaggi, gli autori sono in grado di mettere in risalto temi importanti come la ricerca di sé, la vita in mare, ma anche la possibilità di avere una seconda opportunità con la quale poter chiudere i conti alla ricerca della serenità che solo il “nostro” Porto Proibito saprà darci.
porto 2Si tratta di un volume ricco di dettagli non solo visivi grazie alle abili doti del disegnatore, ma anche letterari, che vengono in superficie con la stessa leggerezza delle bollicine, dando spessore ulteriore a quello che si conferma essere una graphic nobel preziosa da tenere assolutamente in libreria. Per non parlare della ricostruzione storica che si fonde con la fantasia e ti accompagna a mare aperto insieme a note musicali e citazioni. Quindi fumetto, narrativa e musica si uniscono in un intreccio sinuoso che da vita ad un volume che Bao Publishing ha saputo valorizzare grazie ad un edizione pregiata dalla copertina convincente e accattivante. Un po’ come la storia che troverete dentro al volume, insomma.
A dare conferma di quanto già detto sopra, non è che l’entusiasmo degli autori incontrati giusto due giorni fa a Lucca Comics&Games, che con gli occhi ancora lucidi e la voce incredula mi hanno comunicato di aver vinto il premio come “Miglior graphic novel” ai Gran Guinigi 2015!
Quindi auguro a tutti buon viaggio, e spiegate le vele verso l’orizzonte!

Voto Finale: ★★★★☆ 

Il Porto Proibito
Teresa Radice & Stefano Turconi
Bao Publishing
21 euro

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Set 28, 2015 - COOL-tura    No Comments

Les Flaneurs Edizioni: Intervista a Bianca Cataldi

Di cose belle ne succedono tutti i giorni, basta sapere dove guardare! Così oggi vi voglio parlare di una nuova casa editrice indipendente, nata a Bari nel 2015. Sarei andata volentieri a farmi una vacanzina nel sud ma, aimhé, sono bloccata a Vicenza nel freddo autunnale tipico della Pianura Padana. Eppure non mi sono data per vinta e mi sono messa in contatto con Bianca Cataldi, scrittrice e editor di Les Flaneurs, in modo da offrirvi questa intervista. Colgo l’occasione per ringraziare per la disponibilità e auguro tante cose buone a questi ragazzi pieni di entusiasmo. Buona lettura!

1) Dal 2015 hai deciso di creare la casa editrice Les Flaneurs, com’è nata l’idea di questo progetto?

Questo progetto nasce innanzitutto dall’immenso amore per i libri che io e Alessio Rega condividiamo da sempre. Alla nostra passione personale si è poi aggiunto il desiderio di offrire agli scrittori un servizio completamente gratuito e di permettere così la diffusione e l’affermazione di talenti che spesso restano, loro malgrado, nell’ombra. Per questo motivo siamo del tutto contro ogni forma di editoria a pagamento. Noi crediamo negli autori e vogliamo dimostrarlo.

2) Avete deciso di strutturare la pubblicazione in più collane, come mai questa scelta?

L’idea delle collane è figlia di un bisogno di organizzazione interna che ci permetta di lavorare al meglio e che consenta al lettore e allo scrittore di sapersi orientare nel catalogo editoriale. In questo modo, possiamo anche attuare strategie di promozione mirate e sfruttare i canali social e i blog indirizzati a generi letterari ben precisi.

3) Quali sono le difficoltà operative più frequenti in cui vi imbattete quotidianamente?

Al di là delle difficoltà puramente tecniche che talvolta si possono incontrare, spesso i problemi riguardano la comunicazione con gli autori e con i lettori. Riceviamo a volte delle email che ci fanno chiaramente capire che il mittente non ha ben chiaro come funzioni una casa editrice e quali servizi offra. Non solo: spesso veniamo “tartassati” di email dagli autori che ci hanno inviato i loro manoscritti. Purtroppo abbiamo bisogno dei nostri tempi di valutazione (che comunque sono brevissimi rispetto agli standard). Il lavoro ben fatto necessita del suo tempo.

4) Le soddisfazioni più grosse ottenute sinora?

Mantenersi in stretto contatto con i propri autori, vederli soddisfatti e, soprattutto, “incrociare” i romanzi firmati da noi in libreria.

5) In quanto nuova casa editrice, cosa pensate dell’attuale mercato editoriale in Italia?

Come sempre, il mercato ha delle leggi da rispettare. Più la casa editrice è grande, più deve sottostare a queste leggi. Per questo motivo, spesso in libreria vediamo libri “tutti uguali”: il mercato editoriale è schiavo delle mode e non possiamo neppure fargliene una colpa perché la vita va così in ogni campo. Per questo sono felice di appartenere a una realtà indipendente: siamo veramente liberi di pubblicare ciò che riteniamo sia degno di questo privilegio.

6) Visto l’attuale panorama italiano come pensate di farvi notare con idee innovative?

Stiamo pensando a una serie di strategie di promozione sul web. Per il momento non posso ancora dire molto, ma sicuramente ci saranno delle sorprese!

7) Con quali criteri scegliete di pubblicare un libro e quali sono i difetti che riscontrate più spesso in un manoscritto?

Ciò che deve attrarci è prima di tutto la storia: se la materia prima è buona, il lavoro di editing può salvare una forma precaria e permettere all’autore di confezionare un ottimo libro. Spesso i romanzi nei quali ci imbattiamo sono pieni di eccessivo autobiografismo o di citazionismo fine a se stesso. In alcuni casi, il lavoro di editing può salvare il libro. In altri casi, è preferibile per l’autore rivedere il suo romanzo e riproporlo alla casa editrice in un secondo momento.

8) Due consigli agli scrittori: cosa fare e cosa non fare assolutamente quando si rivolgono a voi.

Cosa fare: informarsi prima di contattarci. Riceviamo ancora email da autori che intendono pagarci per il nostro lavoro mentre è chiaro ormai a tutti che siamo NO EAP.

Cosa non fare: trattarci con modi arroganti. Essere umili è il primo passo verso il successo. Trattare un editore con fare saccente non può portare a nulla di buono.

9) Per quanto riguarda i tuoi progetti personali, da poco hai pubblicato il libro “Isolde non c’è più”, ce ne vuoi parlare? Hai altri progetti futuri?

Isolde è il mio libro del cuore, il lavoro che mi ha tenuta impegnata per quattro anni e che ho passato tantissime giornate a limare, correggere, limare, correggere… E’ la storia della fine di un’adolescenza, di un periodo di transizione ed è, non lo nascondo, una storia d’amore. Qualche giorno fa ho pubblicato Riverside, il primo volume di una saga di genere fantasy/contemporaneo, e prevedo a breve l’uscita dei due seguiti. Il mese prossimo, invece, sarà finalmente disponibile online la versione ebook del mio secondo romanzo, Waiting room.

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Ago 9, 2015 - Recensioni    No Comments

M. Serra, Gli Sdraiati

Potrei dire che questo libro rispecchia in tutto e per tutto la mia pigrizia estiva. Non perché sia un libro lento, noioso e difficile da leggere, ma perché mi sono dannatamente ritrovata nei panni del figlio appena diciottenne (si, mi sento giovane dentro) e in quello svacco totale in cui vive in questo libro. Ma andiamo per ordine.
“Gli Sdraiati” di Michele Serra non racconta niente di nuovo, ma si concentra in un argomento che probabilmente tocca e ha toccato gran parte di noi, cioè il rapporto genitore-figlio adolescente. Si tratta di un libro che è stato pesantemente spinto dai media, e per quanto io solitamente sia riluttante all’idea di fidarmi della eccessiva pubblicità, questa volta ho deciso di farmi forza. In sole 108 pagine, le quali si leggono davvero con una velocità sorprendente – visto che il libro si compone di mini-capitoli di poche pagine – Serra ci presenta il figlio adolescente attraverso i propri occhi da genitore, come un sdraiato. Una nuova categoria nel quale rientrano le nuove generazioni di ragazzi avvolti nelle loro felpe e circondati dai loro oggetti tecnologici come fossero prolungamenti post-umani del corpo e del pensiero. Eccoli i figli di oggi, quelli che preferiscono la televisione allo spettacolo della natura, che non amano le bandiere dell’Ideale, ma che vivono anarchicamente nel loro godimento autistico, eccoli in un mondo dove «tutto rimane acceso, niente spento, tutto aperto, niente chiuso, tutto iniziato, niente concluso». Eccoli i consumisti perfetti, «il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, l’illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa».
Così attraverso lo sguardo di un padre stanco, rammaricato e forse un po’ dispiaciuto dall’assenza di un reale legame con il figlio sempre distante, rapito da quel fancazzismo generale così tipico della sua età, riusciamo a farci una idea chiara dello svolgimento della storia. Una storia fatta di pensieri, che riescono ad evocare ricordi lontani e farci un po’ ridere grazie alla penna ironica e un po’ satirica tipica di Serra.

La voce del padre che urla tre le righe del romanzo sottilmente racconta proprio di una non comprensione e per certi aspetti di una non accettazione del mondo dei figli, che può evolversi in un’inadeguatezza nel avvicinarsi a loro, o addirittura in un’ostilità. Ciò che non si conosce, spaventa e ciò che spaventa, o si allontana o si combatte. Proprio quello che l’autore si propone di portare in scena nel fantascientifico romanzo – descritto proprio nel libro a momenti alterni – di cui anticipa la genesi: è la lotta tra vecchi e giovani, tra la superiore lungimiranza dei primi e la confusione dei ultimi.  È un esercito di vanagloriosi, quello dei vecchi, troppo intenti a mostrarsi ancora forti e capaci, non finiti, da non capire quanto una battaglia contro i giovani sia inutile e infruttuosa e vada contro la bellezza, la natura e la vita stessa. In più troviamo un disperato bisogno di condivisione che cerca la sua realizzazione attraverso una giornata in montagna, alla scoperta di Colle della Nasca.  Si percepisce in poche righe, il desiderio di passare una giornata assieme, per riscoprire la bellezza della natura e la pace interiore che il padre chiaramente ha ritrovato in quel luogo; luogo che cerca ora, di far apprezzare al figlio, il quale purtroppo pare essere del tutto disinteressato. È proprio nel epilogo della gita in montagna che fa capolino l’essenzialità del messaggio dell’autore/padre. Bastano due sillabe urlate al fondo di un sentiero nel paesaggio dove ancora galleggiava la sua infanzia a destarlo dal dialogo mentale che si snoda per tutte le 100 pagine: è un’accusa, un richiamo all’ordine. “Io – non altri- sono quelle due sillabe. Io sono quello che deve. Forse non vuole, forse non può, comunque deve”. È un riconoscimento: la restituzione da parte del figlio al padre, del giovane al vecchio, dell’importanza di un ruolo, del suo peso imprescindibile, della sua necessaria presenza.
Quindi troviamo tre trame che si intrecciano in una principale, ma che si integrano tra loro, senza distrarsi e sopratutto distrarre il lettore.
Al di là di regole, schemi, consigli, cioè che rende genitori è esserci nella relazione, riconoscere la propria parte, senza dare per scontata l’assoluta adesione alla stessa. Si diventa genitori, ma si continua ad essere persone che seguitano comunque a vivere: “L’amore naturale che si porta ai figli bambini non è un merito. Non richiede capacità che non siano istintive. Anche un idiota o un cinico ne è capace. […] E anni dopo, è quando tuo figlio si trasforma in un tuo simile, in un uomo, in una donna, insomma in uno come te, è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La pazienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità…troppe, troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere.”
È una sagoma paterna (più in generale, genitoriale) delicata, quella che compare sullo sfondo del romanzo, che rappresenta anche un elogio ad una generazione tanto discussa, ma forse poco compresa. Sono gli sdraiati e i loro padri.

Voto Finale: ★★★★☆ 

Gli Sdraiati
Michele Serra
Feltrinelli editore
108 pagine
12 euro

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