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Ott 18, 2016 - A modo mio    No Comments

Begin Again.

Più mi guardo indietro e più mi rendo conto che sono ancora in grado di stupirmi. Quando credi che la vita abbia preso una brutta piega, puoi imparare da te che nulla è impossibile e ricominciare.
Mi piace la parola “Ricominciare“, sa di giovinezza, sa di nuovo, e di inaspettato. Ha un che di misterioso che mi emoziona a tal punto da sentire di nuovo il cuore che batte.

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Hai presente quando esci con un ragazzo la prima volta e non sai se potrai piacergli? Quella sensazione di camminare nel vuoto, leggera ma piena di dubbi? Quando il cuore batte così forte da tremare, è li che succede. Parlo di quella emozione forte che si sente solo nei momenti speciali, quelli che rimarranno impressi dentro di te perché sai che stanno segnando il tuo cammino.

Dopotutto passiamo tutta una vita a cercare di capire quale sia il nostro cammino, nascondendoci spesso dietro al destino e al desiderio di sentirci appagati e felici. E quando ci rendiamo conto che siamo sulla strada giusta, allora è li che capiamo la nostra vera potenza; che fino ad allora era sempre stata lì, un po’ in disparte, forse solo un po’ da spolverare come i vecchi ricordi nei cassetti.

Oggi sento che sono sulla strada giusta, in linea con i miei sogni che non erano affatto gli stessi che avevo a sedici anni. Ti può spaventare scoprire che ti sei sbagliato su qualche cosa. Ma non dovremmo aver paura di cambiare idea. Di accettare che le cose sono diverse. Che non saranno mai più come prima. Nel bene e nel male. Dobbiamo essere pronti a rinunciare a quello che credevamo. Se siamo disposti ad accettare le cose come sono e non come le pensiamo, ci troveremo esattamente dove dobbiamo stare

Mi viene quasi da ridere se ripenso alla ragazzina che ero e alla donna che sono diventata. La ragazzina di ieri prenderebbe in giro la donna di oggi? O la stimerebbe? Forse non la capirebbe. Non troverebbe senso ai suoi problemi, riderebbe di fronte ai suoi dubbi, ma brinderebbe ai suoi successi.

Sto inseguendo un sogno. Presto diventerà la mia nuova realtà. Farà parte della mia quotidianità e la cosa mi spaventa a morte.A volte la chiave per fare progressi è riconoscere come fare quel primo passo, poi cominci il tuo viaggio. Speri per il meglio e tieni duro, giorno dopo giorno, anche se sei stanco, anche se vorresti mollare, non molli. Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile.

Mag 26, 2016 - A modo mio    No Comments

Una giornata no.

Questa è stata una di quelle giornate in cui non vedi l’ora di tornare a casa e buttarti dentro la vasca e lasciare che l’acqua ti scorra addosso il più possibile. Magari ti immergi anche, e stai li, perdendo la cognizione del tempo, immergendo anche la testa, per non sentire niente. Non so dire cosa ci spinge a desiderare di spegnere la spina e mandare tutto a quel paese, forse un susseguirsi di emozioni importanti che portano la testa a lampeggiare di rosso urlando: Allarme!
Oggi è stata una giornata pesante. Una di quelle in cui vorresti mollare la spugna, convinta che tu abbia visto e sentito troppo, convinta che tu abbia vissuto troppo. Ma di quel troppo negativo di cui in realtà faresti davvero a meno.  A volte mi chiedo se esistano ancora valori assoluti. Esistono ancora giusto o sbagliato? Bene e male? Verità e menzogna? O tutto è relativo? Lasciato all’interpretazione indefinibile. A volte dobbiamo distorcere la verità, trasformarla, perché ci troviamo di fronte a situazioni di cui non siamo gli artefici. E a volte le cose, semplicemente, ci succedono. E la realtà è che quando ci succedono spesso non siamo pronti. Ci affanniamo per rimanere in superficie, per non affogare, a volte urliamo è vero, ma quando la voce ti viene a mancare perché non riesci più a sopportare, allora quella è un’altra storia. Molto più difficile da raccontare. Sono convinta che tutti abbiamo provato questa sensazione, che seppur orribile, è terribilmente forte. A volte troppo.
Un collega maleducato con la quale proprio non riesci a lavorare; un capo che ti urla addosso senza motivo e ti fa sentire una pezza da piedi; un esame che non riesci a passare e ti distrugge tutti i sogni; o un lavoro che manca e ti fa sentire così inutile e privo di qualsiasi scopo. Di motivi ce ne sono, e ce ne sono sempre di diversi. Ma cosa c’è di male a desiderare qualcosa di più? Perché ci ancoriamo al presente come se effettivamente fosse l’unica cosa che abbiamo? È tutta colpa di quella speranza – seppur minima – che le cose miglioreranno, e magari per te cambieranno davvero come cambiano per gli altri. Perché poi, è vero, entra in gioco anche lei, l’invidia, che piccola e subdola si insinua dentro di noi solcando gli stati e i post di Facebook. Ti fa sentire piccola, di fronte ai successi degli altri, che raggiungono le loro mete, realizzano i loro sogni, e sembrano felici. Allora ti aggrappi a quello che resta della tua speranza, per poter dire: Anche io, eccomi qui, è questa la mia occasione? E se non lo è, quando arriverà?. E.E. Cummings scriveva: “Essere nient’altro che se stessi in un mondo che fa di tutto, giorno e notte, per farti diventare qualcun altro vuol dire combattere la battaglia più difficile che un essere umano possa affrontare”. Così io mi aggrappo a quella speranza, forse senza alcuna garanzia, per poter dire che le cose miglioreranno. Che il lavoro che faccio cambierà e mi farà stare meglio, perché ritroverò la forza e la passione che mi porteranno ad avere la mia soddisfazione con la quale sentirmi finalmente in pace con me stessa e felice di ciò che faccio. Così mi stringo forte i miei fallimenti, i miei successi, le mie paure, le mie sicurezze, e le mie indecisioni che si sono accumulate in questi ventisette anni, per poter far leva su quella speranza e poter dire: “Ce l’ho fatta”. Intanto però, mi mangio un panino con la Nutella.

Kahlil Gibran una volta ha scritto: “la tua ragione e la tua passione sono i remi… e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l’altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi”.
Mar 7, 2016 - A modo mio    No Comments

Per un pezzo di torta.

« C’è un buon profumo qui dentro. Sembra miele sul pane tostato». Così mi aveva detto Maria la prima volta che siamo entrati al Wolf Bar. Larghi banconi in legno, alcuni dei quali un po’ appiccicosi, mi ricordano le vecchie osterie dove ho passato la mia giovinezza. Quante feste, quante birre, quanta vita c’era in ognuno di noi, giovani sognatori ventenni aperti alle opportunità che il mondo ci offriva. Cosa è rimasto di tutti quei sogni? È tutta colpa di quest’aria familiare ed intima che si respira qui dentro!
« Allora? Ti piace? Potrei fare di meglio, magari servirti una super coppa di gelato cantando la tua canzone preferita.» Non ho freni con lei, e un po’ mi viene da fare l’imbecille. Sono sempre stato un po’ imbecille, o almeno così diceva sempre mia moglie, e io ho finito per crederci sul serio.
« No no! E poi tu non sai cantare bene! Sei stonato come una gallina. Qui è bello, ci sono anche le lanterne, ma non sono come quelle che volano nel cielo, queste sono ferme», osserva Maria con aria attenta, guardandosi attorno e annusando lo stesso odore di toast caldi e panini farciti che escono dalla cucina. Lei non lo conosce ancora l’odore della birra, ma passa il dito sulle macchie appiccicose del tavolo con aria curiosa, seguendo la linea nel legno come se fosse una pista per auto. Chissà dove viaggia ora la sua testa, verso quali orizzonti. Vorrei esplorarli tutti, e invece rimango seduto a fissare la mia bambina, che si fa grande ogni giorno senza che io riesca ad accorgermene.
« Vorresti far volare le lanterne cinesi? Bisogna trovare un posto adatto e l’occasione perfetta. Potrebbe essere oggi l’occasione perfetta, no? Dopotutto è il tuo compleanno! Quanti anni compi, ragazzina?» Sorrido, e faccio finta di non saperlo. La guardo mentre si sistema sulla panca, incrociando le gambe ancora un po’ paffute e corte. Si irrigidisce e mi fissa con aria severa, come se ci riuscisse: corruga la fronte, inarca le sopraciglia e arriccia le labbra deformando il suo visino in una piccola smorfia che fa più ridere che minacciare. Decido di stare al gioco, accondiscendente, la guardo come se non nascondessi niente, e fossi completamente sincero, alzando le sopracciglia con aria innocente.
« Ne faccio cinque! Cinque come i capelli che hai in testa, papà!» e si dimentica delle lanterne pur di avere ragione. Se potesse punterebbe i piedi a terra. Sono sicuro che diventerà una donna così fiocchi, la mia Marie. Bella, sicura e schietta. Un bel peperino.
«Cosa? Cinque? Di già cinque anni? Per la barba di Merlino! Per avere cinque anni hai la lingua lunga come quella di un serpente!» Le faccio la lingua, simulando il verso di un serpente e per poco non scoppio a ridere. Lei si diverte e ride, e mi fa stare bene. « Ma certo che mi ricordo che fai cinque anni, scimmiettina! Oggi, ogni tuo desiderio è un ordine. Ma non prenderci troppo il vizio che agli uomini non piace.»
« Ma a me non piacciono gli uomini!» arriccia il naso, piccolo e arcuato e sempre freddo, infossando la testa timidamente tra le spalle. Mi piacciono le sue smorfie, mi ricordano il volto di sua madre quando cercava di fare la finta offesa, scoppiando poi a ridere. Ha sempre avuto una bella risata, fresca e pulita, una di quelle risate che ti colpiscono e non ti lasciano più, che sono belle da ascoltare e non fanno troppo rumore. Quando arriva il cameriere, i miei pensieri si snodano velocemente, e mi rendo conto che non abbiamo neppure guardato i menù. È un ragazzo sulla trentina, forse al suo primo lavoro, si pulisce le mani sulla traversa prima di tirare fuori il blocco notes e la penna. Pare che voglia prendere le ordinazioni ancora alla vecchia maniera, cosa che apprezzo davvero tanto. Scorro velocemente la lista con gli occhi, affidandomi al caso più che alla voglia, tanto Maria cambia idea ogni secondo, un po’ come tutte le donne, anche se lei è una donna in miniatura.
« Per me un caffè, liscio, grazie. E per la mia signorina qualcosa di dolce.»
« Voglio la torta al cioccolato! Con tanto cioccolato» e sorride Maria, allungando una mano verso la candela sul tavolo. È attratta dalle cose che luccicano, e che illuminano, come le falene.
« Stai attenta che ti bruci. E cioccolato sia! Un caffè e un fetta di torta al cioccolato. Ce l’avete vero? Ottimo. Ah…» faccio segno  al cameriere di avvicinarsi, quanto basta da sussurrargli una cosa al volo, prima che si allontani. Torno presto su Maria, senza sgridarla quando cerca di toccare la cera della candela. È una bambina vivace e curiosa, e sta cercando di esplorare il mondo, deve solo impararlo a fare nel modo giusto.
« È morbida. Guarda papà come si piega. Posso farle prendere la forma che voglio, come la creta. Lo sai che la mamma non mi fa usare la creta per fare i lavoretti? Poi mi puzzano le mani, dice. Ma a me piace l’odore della creta. La maestra a scuola dice che possiamo creare tutto quello che vogliamo.»  Sorride, e le si illumina il viso come la candela che ha tra le mani. Affonda ancora una volta l’indice nella cera sul bordo della candela, creando piccoli solchi con le dita. Ha gli occhi azzurri e un batuffolo di capelli castani, tenuti a bada da un fiocco rosso che sua madre le ha messo in testa prima di venire qui.
« E la tua maestra ha ragione. Devi usare la tua fantasia, sentirla dentro di te, e usarla come meglio credi. Disegna, modella, crea, e poi vedrai quante belle cose potrai creare. Sei una bambina intelligente, Maria, e costruirai tante belle cose. La mamma è una brava mamma, ma a volte esagera, un po’ come tutti gli adulti. Per questo esistono i bambini come te, Maria, per far ricordare a noi vecchi come è essere bambini, e quanto bello è sporcarsi le mani.» Cerco di essere il padre che vorrebbe che io fossi, quello giusto, quello corretto, quello sicuro di sé. In realtà non so se cerco di convincere più mia moglie o me stesso, che mia figlia. Maria non ha bisogno di frasi pompose, discorsi complessi, lei mi vede e mi apprezza per quello che sono, seppur in orari prestabiliti. Guardo l’orologio da polso e mi sbottono la camicia, appena sotto al collo, per respirare meglio. Niente cravatta: l’abbigliamento formale lo tengo per il tribunale. Oggi sono solo io, senza schemi, senza oppressioni se non quello del tempo, che scocca inesorabile nell’orologio, portandosi via ore, minuti e secondi, ed insieme ad essi anche il tempo che posso dedicare alla mia bambina.
« Ma lo devi dire tu alla mamma, perché se lo dico io non mi crede. E se dico che me lo hai detto tu, poi dice che non ti devo ascoltare.»
La mia fronte si corruga, e non devo avere una bella espressione.
« Spero di avere capito male» sbotto senza pensarci, sentendomi addosso quegli occhioni azzurri che non sanno come guardarmi, e cosa dirmi. Povera Maria, vorrebbe dar retta a tutti. Ma cosa è rimasto dei suoi genitori? Due sconosciuti che a malapena si contendono le sue carezze, a giorni alterni. Che senso ha tutto questo?
Lascio andare un sospiro, scuotendo poi il capo cerco di tenere a bada i miei pensieri quanto basta per concentrarmi su mia figlia e su quello che cerca di dirmi. Cosa stai cercando di fare, piccola Maria?
« Tua madre avrà sicuramente avuto i suoi motivi per dirti così, Maria. Secondo te quello che ho detto suona strano o forse sbagliato?»
« No.»
La vedo abbassare la testa, e allontanare gli occhi blu dai miei. Comincia a tamburellare con le piccole dita sul tavolo. Tum, tum, tum. Come un cuore alla rinfusa, scandisce un tempo tutto suo, e io capisco che è a disagio. Le do un attimo di tregua, e sorrido, addolcendomi. Lei continua in quel suo piccolo e distinto tamburellare, avvicinando l’orecchio destro alla superficie del tavolo, per sentire meglio il rumore sordo echeggiare vicino alla sua pelle. Tum, tum, tum. Passa un treno e porta il tuo nome, Maria, o forse le colpe dei tuoi genitori che sono stati incapaci di amarsi?
« Maria…» Tum, tum, tum.
« Maria… ehi, nocciolina, ascoltami. Guardami. Sai che ho una cosa per te?»
Alza lo sguardo su di me, da quella posizione curva, senza smettere di tamburellare con le dita, come se si aggrappasse con tutta se stessa a quel tic. Non darò di matto come fa tua madre, Maria: non urlerò, non ti prenderò il braccio, non ti guarderò con aria severa perché mi metti in imbarazzo.
Ho capito, sono qui, guardami.
Decido di stare al suo gioco, e le do lo spazio che mi chiede. Ho imparato che con te le parole non bastano, me lo hai insegnato tu, guardami, sto imparando. Abbasso la testa all’altezza del tavolo, imitandola come meglio mi riesce, visto la mia stazza non proprio così esile. Piego la testa e poggio anche io l’orecchio al tavolo, sentendo più vicino quel tamburellare leggero, che si attenua, lentamente, come la sua ansia. Mi guarda, e sorride, forse mi trova buffo.
« Vedi tutto il mondo storto da qui, vero? È molto strano. Ti piace?»
Annuisce, e improvvisamente smette di tamburellare, alzando le piccole dita dal tavolo, e mi guarda come se fosse sempre la prima volta. Allunga la mano verso di me e mi accarezza il viso con la delicatezza che hanno solo i bambini. Mi segue le rughe sulla fronte e le sopracciglia degli occhi. Mi passa l’indice sulla gobba del naso, evita le narici perché sa che non si mettono le mani li dentro, e scivola sulle labbra. Le bacio il dito, con naturalezza, in un gesto istintivo che mi sorprende, e poi, le sorrido, perché non so resisterle. Poi faccio finta di morderle il dito, e lei ride, spontanea e piena di gioia infantile che spero non possa perdere mai.
« Perché non torni a casa con noi, papà?»
Come una lama rovente nello stomaco, mi colpisce con l’agilità di un predatore, fisso tra gli alberi in attesa del grande balzo. Colto di sorpresa, esito, e per poco non perdo quella magia che si era creata tra di noi. Ma non alza la testa, rimane li, in quel piccolo spazio creato tra le nostre teste piegate e il tavolo. Li ci siamo solo noi, forti, e nessuno ci può colpire.
« Vedi Maria, gli adulti sono persone difficili da comprendere. A volte fanno degli errori a cui è difficile rimediare. Io ne ho fatto uno, e non posso tornare indietro perché il Grande Signore del Tribunale ha deciso che non posso, che devo stare per i fatti miei, lontano dalla mamma ma non da te. Sono fortunato sai? Io e te possiamo vederci, poco, ma possiamo.»
« Ma il Grande Signore del Tribunale non è della nostra famiglia…perché bisogna ascoltarlo?»
Mi lascia un attimo basito quella domanda. Non voglio esitare troppo, vorrei darle tutte le risposte di cui ha bisogno, ma come si spiega ad una bambina che il suo papà non ha avuto abbastanza forza per lottare per lei? Probabilmente vedrà la mia faccia, improvvisamente grigia e cupa come il tempo fuori dalla finestra. Una nuvola grigia e carica di pioggia, oscura il sole come un presagio di inverno, rendendo il locale ancora più scuro. La lancetta nell’orologio scocca sulle quattro e mezza. Ho ancora mezz’ora prima che sua madre venga a prenderla nella sua solita auto nera, da donna in carriera. Mezz’ora per fare il padre, oggi. Rimaniamo ancora in quella assurda posizione che fa un po’ male al collo, con la testa curva sul tavolo.
« Vedi, tesoro, a volte gli adulti fanno delle cose che poi non sanno più controllare, e hanno bisogno di una mano. Così bisogna rivolgersi a qualcuno che sappia aiutarti, che sia in grado di farti uscire da quella brutta situazione in modo da farti stare meglio. Così, il Grande Signore del Tribunale aiuta me e mamma per farci stare meglio.»
« Come un amico?»
« Si. Come un amico.» Sorrido, e la guardo mentre rialza la testa convinta dalle mie parole. Riacquista la sua sicurezza, tornando dritta con la schiena e la testa, distende le gambe sotto al tavolo, lasciandole penzolare liberamente. Posso rialzare la testa anche io, ora, sistemandomi sulla panca di legno come meglio posso, lancio una occhiata alla barista, che mi mostra il caffè pronto al bancone.
« Adesso però, nocciolina, è il momento di mangiare la torta. Non vorrai mica che quella fetta di cioccolato scappi via senza di te, vero? Sei pronta?» Le faccio l’occhiolino, sperando davvero di allontanarla dai brutti pensieri. Quei brutti pensieri che non dovrebbero riguardarla, si materializzano nella mia tasca, in un gettone scuro che mi ricorda da quanto non bevo. Lo sento leggero nel mio palmo, e pesante nel mio cuore, ma lo lascio li dov’è, un po’ per imbarazzo e un po’ per timore. Mi alzo e mi avvicino al bancone per prendere la torta. Una bella fetta di torta al cioccolato, con delle candeline sopra. Ringrazio Chiara, amica da una vita e cameriera da altrettanto, che complice mi allunga il caffè, e sparisce un attimo in cucina per finire l’ultimo ritocco. Do le spalle al tavolo, per qualche secondo, e concedo solo uno sguardo agli alcolici dietro al bancone, che disposti in un ordine confuso, mostrano la parte migliore di sé in un liquido denso. Una volta  avrei voluto che quel liquido mi annebbiasse i sensi e portasse nel suo limbo di perdizione la mia vita fatta di fallimenti e di urla; ma tra tutte quelle urla, il primo grido di vita di Maria è stato il più dolce dei liquori in cui perdersi.
Tra i miei pensieri finisco il caffè, e riporto la tazzina vuota e macchiata sul piattino, giusto quando la Chiara chiude le luci, e torna con la fetta di torta scura, illuminata da cinque candeline fumanti. Sorrido, e prendo il piatto ringraziandola, ma la sua espressione confusa e la sua fronte corrugata mi obbligano a voltarmi. Tengo tra le mani il piatto, il sapore del caffè si fa più acido dentro la mia bocca, mentre il cuore si rimpicciolisce, stretto in un filo spinato invisibile, che comprime il mio petto in un’angoscia improvvisa. Dov’è? Dove sei Maria? Fisso il tavolo vuoto, mentre i piedi si fanno di piombo, inchiodati a terra come radici di un albero. La mano trema, ma non molla quel piatto, in una presa isterica spezzata solo dalla mia voce.
« Dov’è…» mormoro in un filo di voce, labile e instabile, come se non mi appartenesse. Chiara dietro di me si fa allarmata, guardandosi attorno, scuote il capo un paio di volte, con aria triste.
« Maria? Maria! Maria!» Ora la mia voce acquista potenza, rimbombando dentro al locale, oltre che dentro di me. Mi sento perso, svuotato, incredibilmente inetto di fronte al vuoto che si propaga fuori e dentro, come una voragine pronta ad inglobarti.
Guardo a destra. Guardo a sinistra. Chiamo il suo nome e non mi risponde. Il suono dell’orologio rintocca le cinque meno dieci e tu non ci sei. Mi volto verso Chiara, con gli occhi sgranati e il cuore che mi pulsa in gola. Stringo ancora quel piatto di torta, dove le candeline consumano la stessa cera con cui poco prima la mia bambina stava giocando.
« Era qui. Un attimo fa era in quel tavolo. Dov’è? Dov’è finita la mia bambina? L’hai visto anche tu, io ero qui… mi sono alzato e le ho dato le spalle per qualche secondo, solo qualche secondo… oddio… cosa ho fatto.» La mia mano perde la presa, e per un istante la testa vacilla come una nave in balia delle onde, la mano perde la presa del piatto che si infrange per terra in un gioco di cocci. Due candele si spengono, tre si consumano, e la torta si sgretola. Il fragore del piatto mi riscuote la mente, e sento assalirmi l’adrenalina e la voglia di urlare. So di avere una brutta cera, me la sento addosso, quel sudore freddo che mi congela il corpo e mi fa sudare le mani.
« Le luci, Chiara…accendi quelle cazzo di luci. Maria? Maria! Dove sei tesoro? Vieni fuori. Smettila di nasconderti.»
Sento il cuore pulsarmi ovunque, sul petto, sulle braccia, in gola e nella testa. Lo stomaco si fa piccolo, si stringe sotto al peso della colpa e del rimorso, che sento crescere dentro di me ad ogni passo. Cammino ed inciampo, incapace di reggere il peso della sua scomparsa. Mi faccio piccolo e guardo sotto ai tavoli, niente.
« Avete visto una bambina? È piccola, cinque anni… un… un fiocchetto sulla testa, e… dio come era vestita. Una maglia verde, le piace il verde…» Le poche persone si scambiano sguardi imbarazzati, scuotendo il capo e spostando lo sguardo altrove, come se potesse darmi conforto. La testa continua girare, e mi viene da vomitare. Possibile che nessuno abbia visto niente? Sono quasi le cinque, e sua madre sarà qui a breve. Cosa dirò a sua madre se non la trovo? Che ho perso la nostra bambina? Che sono un fallito incapace di tenerla anche per poche ore? Mi pare di sentire le sue grida dentro la mia testa, mentre riprendo fiato tra un tavolo e l’altro. Chiara ha riacceso le luci del locale, e mi avvisa che dietro al bancone e sul retro del locale non ha visto nessuno. Si allontana il telefono dall’orecchio, forse ha chiamato la polizia. Mi viene ancora da vomitare. Inspiro ed espiro, cercando di riprendere coscienza e controllo del mio corpo, che si sta prendendo gioco di me quanto il tempo. Qualche goccia di pioggia comincia a bagnare le vetrate, portandosi via lo sporco dalle auto parcheggiate sul marciapiede.
Comincio a correre, uscendo dal locale, spingendo la porta d’ingresso con foga, la quale rimbalza e quasi mi colpisce in faccia.
« Maria!» la chiamo di nuovo. Non voglio smettere di chiamare e di sentire il suo nome. Dove sei tesoro? Dove sei finita.
Mi guardo attorno e non la vedo. La gente di passaggio continua a camminare, qualcuno apre un ombrello, altri si mettono a correre e non mi notano. Qualcuno mi guarda con aria curiosa, ma senza intromettersi nella mia vita, finisce a fare lo spettatore incosciente. La cerco tra le auto parcheggiate, sotto il tendone di un locale affianco, lungo il marciapiede. Attraverso la strada senza guardare, reso cieco dalla mia stessa paura, mi lascio suonare ed urlare dietro da qualche sconosciuto. Una mamma stringe la mano del suo bambino e si allontana preoccupata. Maria non c’è. Nessuna traccia del suo fiocchetto rosso. Fermo una signora di passaggio, ma non sa niente. Nessuno sa niente, nessuno sa dirmi dove sia andata mia figlia. La pioggia comincia a bagnarmi i capelli e farmi pesanti i vestiti. Mi fermo e mi passo una mano sulla fronte bagnata, guardandomi attorno frastornato. La gente mi passa di fianco, mi supera, mi ignora e io trattengo le lacrime, che calde cominciano a gonfiarmi gli occhi arrossati. Il mondo mi gira attorno, e io continuo a girare su me stesso.

«Ma per quanto ha intenzione di stare sotto la pioggia? Cristo! Guarda che disastro ha fatto…» borbotto qualcosa, perché è più forte di me, non riesco a stare zitta. Sempre tutte a me devono capitare? Passo la scopa sul pavimento, cercando di raccogliere i cocci di ceramica che si mescolano ai resti della torta al cioccolato. Una macchina nera rallenta di fronte al mio locale, i freni fischiano sull’asfalto bagnato e si ferma sul marciapiede. Marco ormai ha quarant’anni,scende dalla macchina e sparisce dietro al suo ombrello colorato, uno di quelli grandi con i colori dell’arcobaleno che gli nasconde la faccia e l’abito scuro dal quale spunta una cravatta blu. Compie un paio di passi, uno lungo abbastanza per evitare una grossa pozzanghera accanto al marciapiede. La porta si apre, e cigola come sempre.
« Grazie per avermi chiamato, Chiara. Dov’è Antonio?»
« È uscito, non ho fatto in tempo a fermarlo. È li fermo sulla strada da qualche minuto sotto la pioggia, vai a prenderlo per cortesia.» Me la sento addosso quell’aria preoccupata, perché questa situazione non mi piace affatto. Guardo l’uomo davanti a me, alto e fermo, sembra uno di quegli uomini che hanno sempre la situazione sotto controllo e non sbagliano mai una mossa. Mi sorprendo che abbia un ombrello colorato. Mi passo velocemente una mano sulla fronte, spostandomi un ciuffo di capelli biondi, che mi vanno davanti agli occhi. Mi fermo, con la scopa in mano e la traversa addosso potrei sembrare la brutta copia di Cenerentola.
Lancio un’occhiata ad Antonio sulla strada: pover’uomo, l’alcool gli ha distrutto la vita, e il tribunale ha fatto il resto. Me lo ricordo ancora giovane, prestante e pieno di vita, quando veniva qui e rideva insieme a suo fratello Marco, e al loro gruppo di amici. Sembravano indistruttibili.
«Cazzo. Ha bevuto? Cosa è successo?»
«Ma che dici… sai che non gli servo dell’alcool da quando cerca di disintossicarsi. Non può farcela da solo, Marco, ma in quel centro lo aiutano almeno? Cristo! È successo ancora: è arrivato qui, ed era tutto allegro. Parlava da solo, Marco. Parlava con Maria, ancora. Ho fatto come mi hai detto tu: l’ho assecondato, credeva fosse il suo compleanno, voleva fargli una sorpresa. Così è venuto al bancone a prendere una fetta di torta, e quando si è voltato… non l’ha più vista. Crede di averla persa, Marco».
Alcuni clienti ci guardano incuriositi, colti di sorpresa da tutto questo teatrino. Se solo sapessero quanta desolazione ci può essere nella vita di quell’uomo, terrebbero la testa bassa e finirebbero di mangiare le loro cheesecake. Invece vogliono guardare, fare da spettatori lontani, e fingere che la cosa li interessi. Marco mi guarda preoccupato, e sospira, scuotendo il capo. Cerca di mantenere i nervi saldi, ma io lo vedo che è nervoso e che è stufo di tutta questa situazione. Annuisce e mi dà una lieve carezza sulla spalla, ringraziandomi ancora per la pazienza. Lo guardo allontanarsi, con passo spedito verso l’uscita e l’ombrello in mano. Ha un passo pesante, sento il rumore dei suoi passi rimbombare sul suolo, come il passo di un vecchio ubriacone. Che ironica, la vita.
Lo guardo uscire, oltre le vetrate macchiate di pioggia, aprire l’ombrello e cercare di dare un po’ di colore alla vita di suo fratello, che piange, ed inerme, urla qualcosa, parole lontane e confuse, che si spengono in un abbraccio saldo e fraterno.

 

 

Mag 16, 2015 - A modo mio    No Comments

Questa sera scrivo di me.

Mi capita spesso di dire “questa sera scrivo” oppure “questa sera disegno o dipingo” e poi mi ritrovo a fissare lo schermo del cellulare, distesa sul divano con i piedi per aria. Eppure cos’è che ci ferma dal fare le cose che ci piacciono? Ci sono giorni in cui mi sento come bloccata. Dentro di me si scatenano una serie di bei propositi ed iniziative, che però, nel corso della giornata sfumano in pensieri lontani, dimenticati con la stessa facilità con la quale nascono. Spesso mi chiedo se il problema sono io che desidero fare troppe cose, altre volte do colpa al tempo che mi scorre via e mi inquieta, vedendomi già donna quando ieri avevo appena preso la patente.
Quindi ora sono qui a chiedermi dove mi porterà tutto questo, mentre cammino nel limbo dei miei sogni senza riuscire davvero a sentirmi soddisfatta. Avete mai la sensazione che la vostra vita vi stia scorrendo addosso senza che voi abbiate il tempo per fermarvi e dire: “Ehi, aspetta un attimo, qui io ci vivo. Fammi assaporare il momento!”? Siamo così presi dal lavoro, dai nostri impegni che quasi ci dimentichiamo di dare la giusta importanza alle cose che ci piacciono davvero. Io amo scrivere, mi fa sentire bene, e per questo ora sono davanti al computer poco prima di mezzanotte, a ritagliarmi quel poco tempo per mettere in ordine i pensieri obbligandomi a metterli per iscritto, come se scriverli qui potesse dargli la forma che richiedono per spiccare il volo.

Se mi soffermo a guardarmi attorno vedo una bella casa solo per me, un uomo che mi ama con tutto se stesso, degli amici che mi vogliono bene, e un lavoro che pur non essendo ciò che amo fare, mi garantisce l’autonomia di cui ho bisogno. Ho una bella vita, eppure da dove viene questo senso di insoddisfazione? Da dove viene quell’irrefrenabile desidero di cambiare le carte in tavola e reinventarsi? Cos’è che ci divide dal progettare il domani e dall’inseguire i nostri sogni? Forse la paura del domani. Quell’incertezza che si snoda alla radice del nostro cervello come se fosse pronto a frenarti e metterti all’erta su qualcosa di pericoloso. Quindi ecco che nascono le domande nella nostra testa, come funghi sotto gli alberi: E se la concentrazione sfumasse? Se non puoi dare tutto? Non ti rimarrà più niente? Forse devi solo trovare una strada diversa. Ecco cosa è terrificante. E se non riuscissi a dare il cento per cento? Forse devi solo tornare all’inizio e ricominciare tutto da capo.

 

Lug 7, 2014 - A modo mio    No Comments

La prossima volta porto meno libri.

Mi è sempre piaciuto scrivere di fronte alla finestra, guardando fuori il tempo che cambia e la città che muta. Ora sta piovendo, il cielo tuona in lontananza e una brezza porta nella mia camera un lieve profumo di petricore. Gli alberi si piegano sotto alla forza del vento, e il mio cane si protegge tra le mie gambe, sotto al tavolo. Sembra così lontano il mare, il profumo del sale e il canto delle cicale; eppure sono tornata a casa solo ieri notte.

Sono cosciente di non aver scritto per parecchio tempo, e ho tutta l’intenzione di riprendere in mano il blog e tornare a scrivere almeno un post al giorno (go Laura go). Mi sono presa del tempo per me, per andare “lontano dal mondo” e rifugiarmi nella brezza estiva di Stintino, in Sardegna. Tra le spiagge caraibiche, il sole cocente che mi ha ricoperta di lentiggini offrendomi quel lieve colorito rosato comune alle persone normali, non avevo proprio intenzione di tornare. Eppure eccomi qui, a guardare fuori dalla finestra la pioggia che cade incessante su Vicenza.  Uao, che bello. 

Ora, solo io posso portare in vacanza tre libri, leggerne solo uno e tornare a casa con sei. So che voi mi comprenderete, e potete immaginare come io mi sia opposta di fronte alla tentazione di visitare ogni libreria sul suolo sardo, pur di trovare qualche occasione. Di fronte al rifiuto dell’Asinara di accoglierci nella sua terra ostile, io e il mio fedele compagno (che sembra quasi un cane detta così!) abbiamo ripiegato in un giro esplorativo nelle lande di Porto Torres. Così mi sono accidentalmente imbattuta in “Peter Pan” di Barrie, e grazie ad un estremo atto di fede, e ad un improvviso momento di lucidità, mi sono trattenuta dal comprarlo. 
Non siamo stati comunque così fortunati quando, sciolti e ammorbiditi dalle viette romantiche Alghero siamo stati attratti dal raggio attraente – della Morte Nera – di una libreria remainder carica di quel buon profumo di libri vecchi che ci fa sognare tanto. Lì abbiamo compiuto il misfatto. Così ora mi trovo in libreria un cofanetto di tre libri di Emilio Salgari, le avventure nel West che non so neppure dove mettere.

Così guardo il cielo che imperversa sulla città, al di là di quelle piccole goccioline sul vetro della mia finestra, cercando di riprendere in mano la mia quotidianità con la stessa serenità che avevo in vacanza. In una settimana sono comunque riuscita a leggere “L’imprevedibile viaggio di Harold Fry” di Joyce Rachel, di cui presto pubblicherò la recensione. Direi che ripartirò da li, quindi continuate a seguirmi per stare un po’ lontani dal mondo con me!

“La prossima volta porto meno libri”
“Smettila, non ti crede nessuno!” (cit.)

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