Ott 18, 2016 - A modo mio    No Comments

Begin Again.

Più mi guardo indietro e più mi rendo conto che sono ancora in grado di stupirmi. Quando credi che la vita abbia preso una brutta piega, puoi imparare da te che nulla è impossibile e ricominciare.
Mi piace la parola “Ricominciare“, sa di giovinezza, sa di nuovo, e di inaspettato. Ha un che di misterioso che mi emoziona a tal punto da sentire di nuovo il cuore che batte.

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Hai presente quando esci con un ragazzo la prima volta e non sai se potrai piacergli? Quella sensazione di camminare nel vuoto, leggera ma piena di dubbi? Quando il cuore batte così forte da tremare, è li che succede. Parlo di quella emozione forte che si sente solo nei momenti speciali, quelli che rimarranno impressi dentro di te perché sai che stanno segnando il tuo cammino.

Dopotutto passiamo tutta una vita a cercare di capire quale sia il nostro cammino, nascondendoci spesso dietro al destino e al desiderio di sentirci appagati e felici. E quando ci rendiamo conto che siamo sulla strada giusta, allora è li che capiamo la nostra vera potenza; che fino ad allora era sempre stata lì, un po’ in disparte, forse solo un po’ da spolverare come i vecchi ricordi nei cassetti.

Oggi sento che sono sulla strada giusta, in linea con i miei sogni che non erano affatto gli stessi che avevo a sedici anni. Ti può spaventare scoprire che ti sei sbagliato su qualche cosa. Ma non dovremmo aver paura di cambiare idea. Di accettare che le cose sono diverse. Che non saranno mai più come prima. Nel bene e nel male. Dobbiamo essere pronti a rinunciare a quello che credevamo. Se siamo disposti ad accettare le cose come sono e non come le pensiamo, ci troveremo esattamente dove dobbiamo stare

Mi viene quasi da ridere se ripenso alla ragazzina che ero e alla donna che sono diventata. La ragazzina di ieri prenderebbe in giro la donna di oggi? O la stimerebbe? Forse non la capirebbe. Non troverebbe senso ai suoi problemi, riderebbe di fronte ai suoi dubbi, ma brinderebbe ai suoi successi.

Sto inseguendo un sogno. Presto diventerà la mia nuova realtà. Farà parte della mia quotidianità e la cosa mi spaventa a morte.A volte la chiave per fare progressi è riconoscere come fare quel primo passo, poi cominci il tuo viaggio. Speri per il meglio e tieni duro, giorno dopo giorno, anche se sei stanco, anche se vorresti mollare, non molli. Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile.

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Ago 26, 2016 - Recensioni    No Comments

M.Missiroli, Atti osceni in luogo privato: un romanzo di formazione.

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“L’osceno è il tumulto privato che ognuno ha, e che i liberi vivono. Si chiama esistere, e a volte diventa sentimento.”

Mi sono approcciata a questo libro spinta dai pareri positivi che leggevo in giro. Purtroppo, per esperienza so che solitamente più numerosi sono i pareri positivi più è facile che il libro faccia schifo. In questo caso, però, posso dire di essere rimasta affascinata dalla storia di Marco Missiroli.

Incontriamo Libero Marsell, nato da famiglia italiana e trapiantato a Parigi da giovanissimo. La storia viene suddivisa in base alle fasi della sua vita: infanzia, adolescenza, giovinezza, adultità, nascita.
Ci affacciamo nella sua vita inizialmente con timidezza e innocenza, fino a scoprire l’intimità e la potenza del sesso attraverso le frustrazioni, i desideri e le pulsioni.
Un po’ come in Stoner, Libero ci accompagna in tutto l’arco della sua vita, assistendo pagina dopo pagina alla sua crescita e maturità.

Superato il primo l’impatto con il libro, che potrebbe risultare superficiale e moderno, si scopre un romanzo leggero ma colto e ben curato.
La scrittura di Massiroli è piacevolmente libertina; parla con un linguaggio rapido e senza traumi di masturbazione, circoncisione, adulterio. L’osceno è svelato senza falsi pudori né rivendicazioni.

La conoscenza del sesso procede di pari passo a quella della letteratura. Da CamusBuzzati, da Maugham e Carver e Withman, i tanti suggerimenti letterari danno un’idea precisa degli ideali e dei riferimenti con i quali cresce il giovane Marsell, e che danno un senso anche al suo nome di battesimo, Libero.

Ma oltre al sesso c’è dell’altro: musica, cinema, politica, e amicizie. Anche i personaggi secondari risultano essere a tutto tondo, perfetti nel loro ruolo: dall’oste milanese Giorgio, alla bibliotecaria parigina Marie, veri punti di riferimento nella formazione di Libero. Perché chi è che non ha avuto un punto di riferimento in adolescenza?

È un romanzo di formazione, adatto anche per una lettura estiva grazie  alla lettura rapida e ammiccante.
Un esempio è il modo in cui vengono descritte le donne, senza misoginia ma con tratti delicati anche quando ne svelano l’intimità proibita:

Era un seno bianco, i capezzoli rosa e l’areola ampia. Maestoso, strabordava dai lati e rimaneva inspiegabilmente ritto e compatto. Servivano due mani per ogni mammella. Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria”.

Non è facile, per quanto mi riguarda, scrivere una storia che rispecchia così tanto la normalità. Dove il lettore vuole trovare qualcosa di diverso rispetto alla propria vita, si trova a scontrarsi con ricordi della propria adolescenza che riaffiorano leggendo le righe.
Se questo era lo scopo dell’autore, tanto di cappello! 

È un libro che accompagna, che riporta alla luce ricordi lontani e fa sentire ancora una volta quella irresponsabile tensione che avevi quando eri adolescente.

Voto Finale: ★★★★☆ 

Atti osceni in luogo privato
Marco Missiroli
Feltrinelli
256 pagine
16 euro

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Mag 26, 2016 - A modo mio    No Comments

Una giornata no.

Questa è stata una di quelle giornate in cui non vedi l’ora di tornare a casa e buttarti dentro la vasca e lasciare che l’acqua ti scorra addosso il più possibile. Magari ti immergi anche, e stai li, perdendo la cognizione del tempo, immergendo anche la testa, per non sentire niente. Non so dire cosa ci spinge a desiderare di spegnere la spina e mandare tutto a quel paese, forse un susseguirsi di emozioni importanti che portano la testa a lampeggiare di rosso urlando: Allarme!
Oggi è stata una giornata pesante. Una di quelle in cui vorresti mollare la spugna, convinta che tu abbia visto e sentito troppo, convinta che tu abbia vissuto troppo. Ma di quel troppo negativo di cui in realtà faresti davvero a meno.  A volte mi chiedo se esistano ancora valori assoluti. Esistono ancora giusto o sbagliato? Bene e male? Verità e menzogna? O tutto è relativo? Lasciato all’interpretazione indefinibile. A volte dobbiamo distorcere la verità, trasformarla, perché ci troviamo di fronte a situazioni di cui non siamo gli artefici. E a volte le cose, semplicemente, ci succedono. E la realtà è che quando ci succedono spesso non siamo pronti. Ci affanniamo per rimanere in superficie, per non affogare, a volte urliamo è vero, ma quando la voce ti viene a mancare perché non riesci più a sopportare, allora quella è un’altra storia. Molto più difficile da raccontare. Sono convinta che tutti abbiamo provato questa sensazione, che seppur orribile, è terribilmente forte. A volte troppo.
Un collega maleducato con la quale proprio non riesci a lavorare; un capo che ti urla addosso senza motivo e ti fa sentire una pezza da piedi; un esame che non riesci a passare e ti distrugge tutti i sogni; o un lavoro che manca e ti fa sentire così inutile e privo di qualsiasi scopo. Di motivi ce ne sono, e ce ne sono sempre di diversi. Ma cosa c’è di male a desiderare qualcosa di più? Perché ci ancoriamo al presente come se effettivamente fosse l’unica cosa che abbiamo? È tutta colpa di quella speranza – seppur minima – che le cose miglioreranno, e magari per te cambieranno davvero come cambiano per gli altri. Perché poi, è vero, entra in gioco anche lei, l’invidia, che piccola e subdola si insinua dentro di noi solcando gli stati e i post di Facebook. Ti fa sentire piccola, di fronte ai successi degli altri, che raggiungono le loro mete, realizzano i loro sogni, e sembrano felici. Allora ti aggrappi a quello che resta della tua speranza, per poter dire: Anche io, eccomi qui, è questa la mia occasione? E se non lo è, quando arriverà?. E.E. Cummings scriveva: “Essere nient’altro che se stessi in un mondo che fa di tutto, giorno e notte, per farti diventare qualcun altro vuol dire combattere la battaglia più difficile che un essere umano possa affrontare”. Così io mi aggrappo a quella speranza, forse senza alcuna garanzia, per poter dire che le cose miglioreranno. Che il lavoro che faccio cambierà e mi farà stare meglio, perché ritroverò la forza e la passione che mi porteranno ad avere la mia soddisfazione con la quale sentirmi finalmente in pace con me stessa e felice di ciò che faccio. Così mi stringo forte i miei fallimenti, i miei successi, le mie paure, le mie sicurezze, e le mie indecisioni che si sono accumulate in questi ventisette anni, per poter far leva su quella speranza e poter dire: “Ce l’ho fatta”. Intanto però, mi mangio un panino con la Nutella.

Kahlil Gibran una volta ha scritto: “la tua ragione e la tua passione sono i remi… e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l’altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi”.
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Mag 11, 2016 - Recensioni    No Comments

De Giovanni M., Il senso del dolore

“Sentiva l’emozione, più di tutto: coglieva di volta in volta il dolore, la sorpresa, la rabbia, la malinconia, Perfino l’amore.”

È sempre più facile parlare di libri mediocri, o di quelli che lasciano poco a chi li legge. Forse perché è più divertente, e mi permette di lasciare libero quel lato umoristico e un filo sarcastico che mi porto dietro. Tuttavia questo non è uno di quei casi. Il libro di cui voglio parlarvi oggi è un libro molto bello, ma sopratutto – e cosa non da poco – scritto davvero bene.
Si tratta de Il Senso del Dolore di Maurizio de Giovanni, il primo di una serie di gialli con protagonista il Commissario Ricciardi.
Siamo in una Napoli del 1930, dove un uomo con il bavero alzato di un cappotto, con la complicità del vento salmastro, rivela parsimonioso solo un tratto del suo volto. Un ciuffo ribelle di capelli scuri come uno scoglio spezza l’onda del mare verde di quello sguardo deciso, “quasi trasparente”, impassibile, sofferente, irresistibile: così incontriamo Alfredo Ricciardi, commissario della Squadra Mobile di Napoli e protagonista di questo libro.
Lo incontriamo un po’ per caso, come quando si incrocia una persona lungo la banchina del molo, e ti volti a guardarla perché ti incuriosisce. Impariamo a conoscerlo, il nostro commissario, già dalle prime pagine del romanzo, dove ci mostra ciò che solo lui riesce a vedere, a percepire, oltre alle nostre vite, dentro alla nostra quotidianità. Si intuisce, già dalle prime pagine, infatti, che Ricciardi ha un dono particolare, ciò che lui chiama “il Fatto”: quello di percepire il dolore dei morti, di vederli nel loro attimo più intimo, prima di sparire per sempre, ne persone ne fantasmi, dove urlano le loro ultime parole, l’amore, la sofferenza, il dolore. Ecco, il senso del dolore prima della scomparsa.
Questo dono, che diventa condanna per il protagonista, lo spinge a rendere giustizia, a dare voce a quelle persone che la voce l’hanno persa per sempre.
Così, De Giovanni ci butta dentro ad una realtà cupa, che si fa largo tra le vie di Napoli fatta di fame e amore. In queste vie raggiungiamo il Teatro San Carlo, dove, pare, venga rinvenuto il cadavere di Arnaldo Vezzi, tenore di fama mondiale e amico del Duce. Un omicidio importante, quasi scomodo, che solo una persona come Ricciardi potrà risolvere. Perché siamo di fronte ad un protagonista a tutto tondo: schifo, asociale, e introspettivo non si direbbe certo una persona con la quale si beve una birra ad un bar tutti i giorni. Di poche parole, ma di intensi pensieri, mostra avere una personalità piena, che viene percepita dal lettore in tutte le sue sfaccettature. Diventa così un romanzo che parla di un omicidio, ma anche di persone, vive – e morte – che lottano ogni giorno con la propria sofferenza e i propri problemi. Parla anche di relazioni, di sogni, di speranze e di lacrime.
De Giovanni presenta personaggi pieni e bilanciati, dando il giusto tono e la giusta importanza anche ai personaggi
secondari come il Brigadiere Maione, o Don Pierino, che diventano aiuto prezioso per risolvere le indagini.
La struttura del libro è lineare, di facile interpretazione non si rischia di perdere il filo delle indagini, che prendono una svolta inaspettata verso la fine, per sorprendere il lettore, e ribaltare le carte in tavola. Un giallo ricco di dettagli, accurato e con un pizzico di paranormale ben gestito che non rischia di snaturare l’essenza del libro, ma che, in questo caso, arricchisce il personaggio e la storia stessa.
Per quanto riguarda la penna di De Giovanni, posso dire che è una piacevole scoperta. Scorrevole ma dettagliata, mai
prolissa o pesante, ma adeguatamente attenta alle persone e agli oggetti che potrebbero dare al lettore una idea della
Napoli del 1930. Un libro scritto davvero bene, sicuramente uno dei migliori che io abbia letto nell’ultimo anno.
Essendo il libro di una tetralogia (Inverno, Primavera, Estate, e Autunno del Commissario Ricciardi), provvederò sicuramente a procurarmi anche gli altri e a recensirli a dovere. Nel frattempo, consiglio questo libro non solo per gli appassionati del genere giallistico, ma anche a coloro che desiderano leggere un libro ricco, che ti lascia qualcosa, anche solo il desiderio di incontrare ancora quest’uomo dal bavero alzato che cammina solitario nella notte, con in tasca poche parole ma tanti pensieri.

Il senso del dolore – L’inverno del Commissario Ricciardi
De Giovanni Maurizio
Einaudi Editore
199 Pagine
12,00

Voto Finale: ★★★★★ 

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Mar 7, 2016 - A modo mio    No Comments

Per un pezzo di torta.

« C’è un buon profumo qui dentro. Sembra miele sul pane tostato». Così mi aveva detto Maria la prima volta che siamo entrati al Wolf Bar. Larghi banconi in legno, alcuni dei quali un po’ appiccicosi, mi ricordano le vecchie osterie dove ho passato la mia giovinezza. Quante feste, quante birre, quanta vita c’era in ognuno di noi, giovani sognatori ventenni aperti alle opportunità che il mondo ci offriva. Cosa è rimasto di tutti quei sogni? È tutta colpa di quest’aria familiare ed intima che si respira qui dentro!
« Allora? Ti piace? Potrei fare di meglio, magari servirti una super coppa di gelato cantando la tua canzone preferita.» Non ho freni con lei, e un po’ mi viene da fare l’imbecille. Sono sempre stato un po’ imbecille, o almeno così diceva sempre mia moglie, e io ho finito per crederci sul serio.
« No no! E poi tu non sai cantare bene! Sei stonato come una gallina. Qui è bello, ci sono anche le lanterne, ma non sono come quelle che volano nel cielo, queste sono ferme», osserva Maria con aria attenta, guardandosi attorno e annusando lo stesso odore di toast caldi e panini farciti che escono dalla cucina. Lei non lo conosce ancora l’odore della birra, ma passa il dito sulle macchie appiccicose del tavolo con aria curiosa, seguendo la linea nel legno come se fosse una pista per auto. Chissà dove viaggia ora la sua testa, verso quali orizzonti. Vorrei esplorarli tutti, e invece rimango seduto a fissare la mia bambina, che si fa grande ogni giorno senza che io riesca ad accorgermene.
« Vorresti far volare le lanterne cinesi? Bisogna trovare un posto adatto e l’occasione perfetta. Potrebbe essere oggi l’occasione perfetta, no? Dopotutto è il tuo compleanno! Quanti anni compi, ragazzina?» Sorrido, e faccio finta di non saperlo. La guardo mentre si sistema sulla panca, incrociando le gambe ancora un po’ paffute e corte. Si irrigidisce e mi fissa con aria severa, come se ci riuscisse: corruga la fronte, inarca le sopraciglia e arriccia le labbra deformando il suo visino in una piccola smorfia che fa più ridere che minacciare. Decido di stare al gioco, accondiscendente, la guardo come se non nascondessi niente, e fossi completamente sincero, alzando le sopracciglia con aria innocente.
« Ne faccio cinque! Cinque come i capelli che hai in testa, papà!» e si dimentica delle lanterne pur di avere ragione. Se potesse punterebbe i piedi a terra. Sono sicuro che diventerà una donna così fiocchi, la mia Marie. Bella, sicura e schietta. Un bel peperino.
«Cosa? Cinque? Di già cinque anni? Per la barba di Merlino! Per avere cinque anni hai la lingua lunga come quella di un serpente!» Le faccio la lingua, simulando il verso di un serpente e per poco non scoppio a ridere. Lei si diverte e ride, e mi fa stare bene. « Ma certo che mi ricordo che fai cinque anni, scimmiettina! Oggi, ogni tuo desiderio è un ordine. Ma non prenderci troppo il vizio che agli uomini non piace.»
« Ma a me non piacciono gli uomini!» arriccia il naso, piccolo e arcuato e sempre freddo, infossando la testa timidamente tra le spalle. Mi piacciono le sue smorfie, mi ricordano il volto di sua madre quando cercava di fare la finta offesa, scoppiando poi a ridere. Ha sempre avuto una bella risata, fresca e pulita, una di quelle risate che ti colpiscono e non ti lasciano più, che sono belle da ascoltare e non fanno troppo rumore. Quando arriva il cameriere, i miei pensieri si snodano velocemente, e mi rendo conto che non abbiamo neppure guardato i menù. È un ragazzo sulla trentina, forse al suo primo lavoro, si pulisce le mani sulla traversa prima di tirare fuori il blocco notes e la penna. Pare che voglia prendere le ordinazioni ancora alla vecchia maniera, cosa che apprezzo davvero tanto. Scorro velocemente la lista con gli occhi, affidandomi al caso più che alla voglia, tanto Maria cambia idea ogni secondo, un po’ come tutte le donne, anche se lei è una donna in miniatura.
« Per me un caffè, liscio, grazie. E per la mia signorina qualcosa di dolce.»
« Voglio la torta al cioccolato! Con tanto cioccolato» e sorride Maria, allungando una mano verso la candela sul tavolo. È attratta dalle cose che luccicano, e che illuminano, come le falene.
« Stai attenta che ti bruci. E cioccolato sia! Un caffè e un fetta di torta al cioccolato. Ce l’avete vero? Ottimo. Ah…» faccio segno  al cameriere di avvicinarsi, quanto basta da sussurrargli una cosa al volo, prima che si allontani. Torno presto su Maria, senza sgridarla quando cerca di toccare la cera della candela. È una bambina vivace e curiosa, e sta cercando di esplorare il mondo, deve solo impararlo a fare nel modo giusto.
« È morbida. Guarda papà come si piega. Posso farle prendere la forma che voglio, come la creta. Lo sai che la mamma non mi fa usare la creta per fare i lavoretti? Poi mi puzzano le mani, dice. Ma a me piace l’odore della creta. La maestra a scuola dice che possiamo creare tutto quello che vogliamo.»  Sorride, e le si illumina il viso come la candela che ha tra le mani. Affonda ancora una volta l’indice nella cera sul bordo della candela, creando piccoli solchi con le dita. Ha gli occhi azzurri e un batuffolo di capelli castani, tenuti a bada da un fiocco rosso che sua madre le ha messo in testa prima di venire qui.
« E la tua maestra ha ragione. Devi usare la tua fantasia, sentirla dentro di te, e usarla come meglio credi. Disegna, modella, crea, e poi vedrai quante belle cose potrai creare. Sei una bambina intelligente, Maria, e costruirai tante belle cose. La mamma è una brava mamma, ma a volte esagera, un po’ come tutti gli adulti. Per questo esistono i bambini come te, Maria, per far ricordare a noi vecchi come è essere bambini, e quanto bello è sporcarsi le mani.» Cerco di essere il padre che vorrebbe che io fossi, quello giusto, quello corretto, quello sicuro di sé. In realtà non so se cerco di convincere più mia moglie o me stesso, che mia figlia. Maria non ha bisogno di frasi pompose, discorsi complessi, lei mi vede e mi apprezza per quello che sono, seppur in orari prestabiliti. Guardo l’orologio da polso e mi sbottono la camicia, appena sotto al collo, per respirare meglio. Niente cravatta: l’abbigliamento formale lo tengo per il tribunale. Oggi sono solo io, senza schemi, senza oppressioni se non quello del tempo, che scocca inesorabile nell’orologio, portandosi via ore, minuti e secondi, ed insieme ad essi anche il tempo che posso dedicare alla mia bambina.
« Ma lo devi dire tu alla mamma, perché se lo dico io non mi crede. E se dico che me lo hai detto tu, poi dice che non ti devo ascoltare.»
La mia fronte si corruga, e non devo avere una bella espressione.
« Spero di avere capito male» sbotto senza pensarci, sentendomi addosso quegli occhioni azzurri che non sanno come guardarmi, e cosa dirmi. Povera Maria, vorrebbe dar retta a tutti. Ma cosa è rimasto dei suoi genitori? Due sconosciuti che a malapena si contendono le sue carezze, a giorni alterni. Che senso ha tutto questo?
Lascio andare un sospiro, scuotendo poi il capo cerco di tenere a bada i miei pensieri quanto basta per concentrarmi su mia figlia e su quello che cerca di dirmi. Cosa stai cercando di fare, piccola Maria?
« Tua madre avrà sicuramente avuto i suoi motivi per dirti così, Maria. Secondo te quello che ho detto suona strano o forse sbagliato?»
« No.»
La vedo abbassare la testa, e allontanare gli occhi blu dai miei. Comincia a tamburellare con le piccole dita sul tavolo. Tum, tum, tum. Come un cuore alla rinfusa, scandisce un tempo tutto suo, e io capisco che è a disagio. Le do un attimo di tregua, e sorrido, addolcendomi. Lei continua in quel suo piccolo e distinto tamburellare, avvicinando l’orecchio destro alla superficie del tavolo, per sentire meglio il rumore sordo echeggiare vicino alla sua pelle. Tum, tum, tum. Passa un treno e porta il tuo nome, Maria, o forse le colpe dei tuoi genitori che sono stati incapaci di amarsi?
« Maria…» Tum, tum, tum.
« Maria… ehi, nocciolina, ascoltami. Guardami. Sai che ho una cosa per te?»
Alza lo sguardo su di me, da quella posizione curva, senza smettere di tamburellare con le dita, come se si aggrappasse con tutta se stessa a quel tic. Non darò di matto come fa tua madre, Maria: non urlerò, non ti prenderò il braccio, non ti guarderò con aria severa perché mi metti in imbarazzo.
Ho capito, sono qui, guardami.
Decido di stare al suo gioco, e le do lo spazio che mi chiede. Ho imparato che con te le parole non bastano, me lo hai insegnato tu, guardami, sto imparando. Abbasso la testa all’altezza del tavolo, imitandola come meglio mi riesce, visto la mia stazza non proprio così esile. Piego la testa e poggio anche io l’orecchio al tavolo, sentendo più vicino quel tamburellare leggero, che si attenua, lentamente, come la sua ansia. Mi guarda, e sorride, forse mi trova buffo.
« Vedi tutto il mondo storto da qui, vero? È molto strano. Ti piace?»
Annuisce, e improvvisamente smette di tamburellare, alzando le piccole dita dal tavolo, e mi guarda come se fosse sempre la prima volta. Allunga la mano verso di me e mi accarezza il viso con la delicatezza che hanno solo i bambini. Mi segue le rughe sulla fronte e le sopracciglia degli occhi. Mi passa l’indice sulla gobba del naso, evita le narici perché sa che non si mettono le mani li dentro, e scivola sulle labbra. Le bacio il dito, con naturalezza, in un gesto istintivo che mi sorprende, e poi, le sorrido, perché non so resisterle. Poi faccio finta di morderle il dito, e lei ride, spontanea e piena di gioia infantile che spero non possa perdere mai.
« Perché non torni a casa con noi, papà?»
Come una lama rovente nello stomaco, mi colpisce con l’agilità di un predatore, fisso tra gli alberi in attesa del grande balzo. Colto di sorpresa, esito, e per poco non perdo quella magia che si era creata tra di noi. Ma non alza la testa, rimane li, in quel piccolo spazio creato tra le nostre teste piegate e il tavolo. Li ci siamo solo noi, forti, e nessuno ci può colpire.
« Vedi Maria, gli adulti sono persone difficili da comprendere. A volte fanno degli errori a cui è difficile rimediare. Io ne ho fatto uno, e non posso tornare indietro perché il Grande Signore del Tribunale ha deciso che non posso, che devo stare per i fatti miei, lontano dalla mamma ma non da te. Sono fortunato sai? Io e te possiamo vederci, poco, ma possiamo.»
« Ma il Grande Signore del Tribunale non è della nostra famiglia…perché bisogna ascoltarlo?»
Mi lascia un attimo basito quella domanda. Non voglio esitare troppo, vorrei darle tutte le risposte di cui ha bisogno, ma come si spiega ad una bambina che il suo papà non ha avuto abbastanza forza per lottare per lei? Probabilmente vedrà la mia faccia, improvvisamente grigia e cupa come il tempo fuori dalla finestra. Una nuvola grigia e carica di pioggia, oscura il sole come un presagio di inverno, rendendo il locale ancora più scuro. La lancetta nell’orologio scocca sulle quattro e mezza. Ho ancora mezz’ora prima che sua madre venga a prenderla nella sua solita auto nera, da donna in carriera. Mezz’ora per fare il padre, oggi. Rimaniamo ancora in quella assurda posizione che fa un po’ male al collo, con la testa curva sul tavolo.
« Vedi, tesoro, a volte gli adulti fanno delle cose che poi non sanno più controllare, e hanno bisogno di una mano. Così bisogna rivolgersi a qualcuno che sappia aiutarti, che sia in grado di farti uscire da quella brutta situazione in modo da farti stare meglio. Così, il Grande Signore del Tribunale aiuta me e mamma per farci stare meglio.»
« Come un amico?»
« Si. Come un amico.» Sorrido, e la guardo mentre rialza la testa convinta dalle mie parole. Riacquista la sua sicurezza, tornando dritta con la schiena e la testa, distende le gambe sotto al tavolo, lasciandole penzolare liberamente. Posso rialzare la testa anche io, ora, sistemandomi sulla panca di legno come meglio posso, lancio una occhiata alla barista, che mi mostra il caffè pronto al bancone.
« Adesso però, nocciolina, è il momento di mangiare la torta. Non vorrai mica che quella fetta di cioccolato scappi via senza di te, vero? Sei pronta?» Le faccio l’occhiolino, sperando davvero di allontanarla dai brutti pensieri. Quei brutti pensieri che non dovrebbero riguardarla, si materializzano nella mia tasca, in un gettone scuro che mi ricorda da quanto non bevo. Lo sento leggero nel mio palmo, e pesante nel mio cuore, ma lo lascio li dov’è, un po’ per imbarazzo e un po’ per timore. Mi alzo e mi avvicino al bancone per prendere la torta. Una bella fetta di torta al cioccolato, con delle candeline sopra. Ringrazio Chiara, amica da una vita e cameriera da altrettanto, che complice mi allunga il caffè, e sparisce un attimo in cucina per finire l’ultimo ritocco. Do le spalle al tavolo, per qualche secondo, e concedo solo uno sguardo agli alcolici dietro al bancone, che disposti in un ordine confuso, mostrano la parte migliore di sé in un liquido denso. Una volta  avrei voluto che quel liquido mi annebbiasse i sensi e portasse nel suo limbo di perdizione la mia vita fatta di fallimenti e di urla; ma tra tutte quelle urla, il primo grido di vita di Maria è stato il più dolce dei liquori in cui perdersi.
Tra i miei pensieri finisco il caffè, e riporto la tazzina vuota e macchiata sul piattino, giusto quando la Chiara chiude le luci, e torna con la fetta di torta scura, illuminata da cinque candeline fumanti. Sorrido, e prendo il piatto ringraziandola, ma la sua espressione confusa e la sua fronte corrugata mi obbligano a voltarmi. Tengo tra le mani il piatto, il sapore del caffè si fa più acido dentro la mia bocca, mentre il cuore si rimpicciolisce, stretto in un filo spinato invisibile, che comprime il mio petto in un’angoscia improvvisa. Dov’è? Dove sei Maria? Fisso il tavolo vuoto, mentre i piedi si fanno di piombo, inchiodati a terra come radici di un albero. La mano trema, ma non molla quel piatto, in una presa isterica spezzata solo dalla mia voce.
« Dov’è…» mormoro in un filo di voce, labile e instabile, come se non mi appartenesse. Chiara dietro di me si fa allarmata, guardandosi attorno, scuote il capo un paio di volte, con aria triste.
« Maria? Maria! Maria!» Ora la mia voce acquista potenza, rimbombando dentro al locale, oltre che dentro di me. Mi sento perso, svuotato, incredibilmente inetto di fronte al vuoto che si propaga fuori e dentro, come una voragine pronta ad inglobarti.
Guardo a destra. Guardo a sinistra. Chiamo il suo nome e non mi risponde. Il suono dell’orologio rintocca le cinque meno dieci e tu non ci sei. Mi volto verso Chiara, con gli occhi sgranati e il cuore che mi pulsa in gola. Stringo ancora quel piatto di torta, dove le candeline consumano la stessa cera con cui poco prima la mia bambina stava giocando.
« Era qui. Un attimo fa era in quel tavolo. Dov’è? Dov’è finita la mia bambina? L’hai visto anche tu, io ero qui… mi sono alzato e le ho dato le spalle per qualche secondo, solo qualche secondo… oddio… cosa ho fatto.» La mia mano perde la presa, e per un istante la testa vacilla come una nave in balia delle onde, la mano perde la presa del piatto che si infrange per terra in un gioco di cocci. Due candele si spengono, tre si consumano, e la torta si sgretola. Il fragore del piatto mi riscuote la mente, e sento assalirmi l’adrenalina e la voglia di urlare. So di avere una brutta cera, me la sento addosso, quel sudore freddo che mi congela il corpo e mi fa sudare le mani.
« Le luci, Chiara…accendi quelle cazzo di luci. Maria? Maria! Dove sei tesoro? Vieni fuori. Smettila di nasconderti.»
Sento il cuore pulsarmi ovunque, sul petto, sulle braccia, in gola e nella testa. Lo stomaco si fa piccolo, si stringe sotto al peso della colpa e del rimorso, che sento crescere dentro di me ad ogni passo. Cammino ed inciampo, incapace di reggere il peso della sua scomparsa. Mi faccio piccolo e guardo sotto ai tavoli, niente.
« Avete visto una bambina? È piccola, cinque anni… un… un fiocchetto sulla testa, e… dio come era vestita. Una maglia verde, le piace il verde…» Le poche persone si scambiano sguardi imbarazzati, scuotendo il capo e spostando lo sguardo altrove, come se potesse darmi conforto. La testa continua girare, e mi viene da vomitare. Possibile che nessuno abbia visto niente? Sono quasi le cinque, e sua madre sarà qui a breve. Cosa dirò a sua madre se non la trovo? Che ho perso la nostra bambina? Che sono un fallito incapace di tenerla anche per poche ore? Mi pare di sentire le sue grida dentro la mia testa, mentre riprendo fiato tra un tavolo e l’altro. Chiara ha riacceso le luci del locale, e mi avvisa che dietro al bancone e sul retro del locale non ha visto nessuno. Si allontana il telefono dall’orecchio, forse ha chiamato la polizia. Mi viene ancora da vomitare. Inspiro ed espiro, cercando di riprendere coscienza e controllo del mio corpo, che si sta prendendo gioco di me quanto il tempo. Qualche goccia di pioggia comincia a bagnare le vetrate, portandosi via lo sporco dalle auto parcheggiate sul marciapiede.
Comincio a correre, uscendo dal locale, spingendo la porta d’ingresso con foga, la quale rimbalza e quasi mi colpisce in faccia.
« Maria!» la chiamo di nuovo. Non voglio smettere di chiamare e di sentire il suo nome. Dove sei tesoro? Dove sei finita.
Mi guardo attorno e non la vedo. La gente di passaggio continua a camminare, qualcuno apre un ombrello, altri si mettono a correre e non mi notano. Qualcuno mi guarda con aria curiosa, ma senza intromettersi nella mia vita, finisce a fare lo spettatore incosciente. La cerco tra le auto parcheggiate, sotto il tendone di un locale affianco, lungo il marciapiede. Attraverso la strada senza guardare, reso cieco dalla mia stessa paura, mi lascio suonare ed urlare dietro da qualche sconosciuto. Una mamma stringe la mano del suo bambino e si allontana preoccupata. Maria non c’è. Nessuna traccia del suo fiocchetto rosso. Fermo una signora di passaggio, ma non sa niente. Nessuno sa niente, nessuno sa dirmi dove sia andata mia figlia. La pioggia comincia a bagnarmi i capelli e farmi pesanti i vestiti. Mi fermo e mi passo una mano sulla fronte bagnata, guardandomi attorno frastornato. La gente mi passa di fianco, mi supera, mi ignora e io trattengo le lacrime, che calde cominciano a gonfiarmi gli occhi arrossati. Il mondo mi gira attorno, e io continuo a girare su me stesso.

«Ma per quanto ha intenzione di stare sotto la pioggia? Cristo! Guarda che disastro ha fatto…» borbotto qualcosa, perché è più forte di me, non riesco a stare zitta. Sempre tutte a me devono capitare? Passo la scopa sul pavimento, cercando di raccogliere i cocci di ceramica che si mescolano ai resti della torta al cioccolato. Una macchina nera rallenta di fronte al mio locale, i freni fischiano sull’asfalto bagnato e si ferma sul marciapiede. Marco ormai ha quarant’anni,scende dalla macchina e sparisce dietro al suo ombrello colorato, uno di quelli grandi con i colori dell’arcobaleno che gli nasconde la faccia e l’abito scuro dal quale spunta una cravatta blu. Compie un paio di passi, uno lungo abbastanza per evitare una grossa pozzanghera accanto al marciapiede. La porta si apre, e cigola come sempre.
« Grazie per avermi chiamato, Chiara. Dov’è Antonio?»
« È uscito, non ho fatto in tempo a fermarlo. È li fermo sulla strada da qualche minuto sotto la pioggia, vai a prenderlo per cortesia.» Me la sento addosso quell’aria preoccupata, perché questa situazione non mi piace affatto. Guardo l’uomo davanti a me, alto e fermo, sembra uno di quegli uomini che hanno sempre la situazione sotto controllo e non sbagliano mai una mossa. Mi sorprendo che abbia un ombrello colorato. Mi passo velocemente una mano sulla fronte, spostandomi un ciuffo di capelli biondi, che mi vanno davanti agli occhi. Mi fermo, con la scopa in mano e la traversa addosso potrei sembrare la brutta copia di Cenerentola.
Lancio un’occhiata ad Antonio sulla strada: pover’uomo, l’alcool gli ha distrutto la vita, e il tribunale ha fatto il resto. Me lo ricordo ancora giovane, prestante e pieno di vita, quando veniva qui e rideva insieme a suo fratello Marco, e al loro gruppo di amici. Sembravano indistruttibili.
«Cazzo. Ha bevuto? Cosa è successo?»
«Ma che dici… sai che non gli servo dell’alcool da quando cerca di disintossicarsi. Non può farcela da solo, Marco, ma in quel centro lo aiutano almeno? Cristo! È successo ancora: è arrivato qui, ed era tutto allegro. Parlava da solo, Marco. Parlava con Maria, ancora. Ho fatto come mi hai detto tu: l’ho assecondato, credeva fosse il suo compleanno, voleva fargli una sorpresa. Così è venuto al bancone a prendere una fetta di torta, e quando si è voltato… non l’ha più vista. Crede di averla persa, Marco».
Alcuni clienti ci guardano incuriositi, colti di sorpresa da tutto questo teatrino. Se solo sapessero quanta desolazione ci può essere nella vita di quell’uomo, terrebbero la testa bassa e finirebbero di mangiare le loro cheesecake. Invece vogliono guardare, fare da spettatori lontani, e fingere che la cosa li interessi. Marco mi guarda preoccupato, e sospira, scuotendo il capo. Cerca di mantenere i nervi saldi, ma io lo vedo che è nervoso e che è stufo di tutta questa situazione. Annuisce e mi dà una lieve carezza sulla spalla, ringraziandomi ancora per la pazienza. Lo guardo allontanarsi, con passo spedito verso l’uscita e l’ombrello in mano. Ha un passo pesante, sento il rumore dei suoi passi rimbombare sul suolo, come il passo di un vecchio ubriacone. Che ironica, la vita.
Lo guardo uscire, oltre le vetrate macchiate di pioggia, aprire l’ombrello e cercare di dare un po’ di colore alla vita di suo fratello, che piange, ed inerme, urla qualcosa, parole lontane e confuse, che si spengono in un abbraccio saldo e fraterno.

 

 

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