Mag 11, 2016 - Recensioni    No Comments

De Giovanni M., Il senso del dolore

“Sentiva l’emozione, più di tutto: coglieva di volta in volta il dolore, la sorpresa, la rabbia, la malinconia, Perfino l’amore.”

È sempre più facile parlare di libri mediocri, o di quelli che lasciano poco a chi li legge. Forse perché è più divertente, e mi permette di lasciare libero quel lato umoristico e un filo sarcastico che mi porto dietro. Tuttavia questo non è uno di quei casi. Il libro di cui voglio parlarvi oggi è un libro molto bello, ma sopratutto – e cosa non da poco – scritto davvero bene.
Si tratta de Il Senso del Dolore di Maurizio de Giovanni, il primo di una serie di gialli con protagonista il Commissario Ricciardi.
Siamo in una Napoli del 1930, dove un uomo con il bavero alzato di un cappotto, con la complicità del vento salmastro, rivela parsimonioso solo un tratto del suo volto. Un ciuffo ribelle di capelli scuri come uno scoglio spezza l’onda del mare verde di quello sguardo deciso, “quasi trasparente”, impassibile, sofferente, irresistibile: così incontriamo Alfredo Ricciardi, commissario della Squadra Mobile di Napoli e protagonista di questo libro.
Lo incontriamo un po’ per caso, come quando si incrocia una persona lungo la banchina del molo, e ti volti a guardarla perché ti incuriosisce. Impariamo a conoscerlo, il nostro commissario, già dalle prime pagine del romanzo, dove ci mostra ciò che solo lui riesce a vedere, a percepire, oltre alle nostre vite, dentro alla nostra quotidianità. Si intuisce, già dalle prime pagine, infatti, che Ricciardi ha un dono particolare, ciò che lui chiama “il Fatto”: quello di percepire il dolore dei morti, di vederli nel loro attimo più intimo, prima di sparire per sempre, ne persone ne fantasmi, dove urlano le loro ultime parole, l’amore, la sofferenza, il dolore. Ecco, il senso del dolore prima della scomparsa.
Questo dono, che diventa condanna per il protagonista, lo spinge a rendere giustizia, a dare voce a quelle persone che la voce l’hanno persa per sempre.
Così, De Giovanni ci butta dentro ad una realtà cupa, che si fa largo tra le vie di Napoli fatta di fame e amore. In queste vie raggiungiamo il Teatro San Carlo, dove, pare, venga rinvenuto il cadavere di Arnaldo Vezzi, tenore di fama mondiale e amico del Duce. Un omicidio importante, quasi scomodo, che solo una persona come Ricciardi potrà risolvere. Perché siamo di fronte ad un protagonista a tutto tondo: schifo, asociale, e introspettivo non si direbbe certo una persona con la quale si beve una birra ad un bar tutti i giorni. Di poche parole, ma di intensi pensieri, mostra avere una personalità piena, che viene percepita dal lettore in tutte le sue sfaccettature. Diventa così un romanzo che parla di un omicidio, ma anche di persone, vive – e morte – che lottano ogni giorno con la propria sofferenza e i propri problemi. Parla anche di relazioni, di sogni, di speranze e di lacrime.
De Giovanni presenta personaggi pieni e bilanciati, dando il giusto tono e la giusta importanza anche ai personaggi
secondari come il Brigadiere Maione, o Don Pierino, che diventano aiuto prezioso per risolvere le indagini.
La struttura del libro è lineare, di facile interpretazione non si rischia di perdere il filo delle indagini, che prendono una svolta inaspettata verso la fine, per sorprendere il lettore, e ribaltare le carte in tavola. Un giallo ricco di dettagli, accurato e con un pizzico di paranormale ben gestito che non rischia di snaturare l’essenza del libro, ma che, in questo caso, arricchisce il personaggio e la storia stessa.
Per quanto riguarda la penna di De Giovanni, posso dire che è una piacevole scoperta. Scorrevole ma dettagliata, mai
prolissa o pesante, ma adeguatamente attenta alle persone e agli oggetti che potrebbero dare al lettore una idea della
Napoli del 1930. Un libro scritto davvero bene, sicuramente uno dei migliori che io abbia letto nell’ultimo anno.
Essendo il libro di una tetralogia (Inverno, Primavera, Estate, e Autunno del Commissario Ricciardi), provvederò sicuramente a procurarmi anche gli altri e a recensirli a dovere. Nel frattempo, consiglio questo libro non solo per gli appassionati del genere giallistico, ma anche a coloro che desiderano leggere un libro ricco, che ti lascia qualcosa, anche solo il desiderio di incontrare ancora quest’uomo dal bavero alzato che cammina solitario nella notte, con in tasca poche parole ma tanti pensieri.

Il senso del dolore – L’inverno del Commissario Ricciardi
De Giovanni Maurizio
Einaudi Editore
199 Pagine
12,00

Voto Finale: ★★★★★ 

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Mar 7, 2016 - A modo mio    No Comments

Per un pezzo di torta.

« C’è un buon profumo qui dentro. Sembra miele sul pane tostato». Così mi aveva detto Maria la prima volta che siamo entrati al Wolf Bar. Larghi banconi in legno, alcuni dei quali un po’ appiccicosi, mi ricordano le vecchie osterie dove ho passato la mia giovinezza. Quante feste, quante birre, quanta vita c’era in ognuno di noi, giovani sognatori ventenni aperti alle opportunità che il mondo ci offriva. Cosa è rimasto di tutti quei sogni? È tutta colpa di quest’aria familiare ed intima che si respira qui dentro!
« Allora? Ti piace? Potrei fare di meglio, magari servirti una super coppa di gelato cantando la tua canzone preferita.» Non ho freni con lei, e un po’ mi viene da fare l’imbecille. Sono sempre stato un po’ imbecille, o almeno così diceva sempre mia moglie, e io ho finito per crederci sul serio.
« No no! E poi tu non sai cantare bene! Sei stonato come una gallina. Qui è bello, ci sono anche le lanterne, ma non sono come quelle che volano nel cielo, queste sono ferme», osserva Maria con aria attenta, guardandosi attorno e annusando lo stesso odore di toast caldi e panini farciti che escono dalla cucina. Lei non lo conosce ancora l’odore della birra, ma passa il dito sulle macchie appiccicose del tavolo con aria curiosa, seguendo la linea nel legno come se fosse una pista per auto. Chissà dove viaggia ora la sua testa, verso quali orizzonti. Vorrei esplorarli tutti, e invece rimango seduto a fissare la mia bambina, che si fa grande ogni giorno senza che io riesca ad accorgermene.
« Vorresti far volare le lanterne cinesi? Bisogna trovare un posto adatto e l’occasione perfetta. Potrebbe essere oggi l’occasione perfetta, no? Dopotutto è il tuo compleanno! Quanti anni compi, ragazzina?» Sorrido, e faccio finta di non saperlo. La guardo mentre si sistema sulla panca, incrociando le gambe ancora un po’ paffute e corte. Si irrigidisce e mi fissa con aria severa, come se ci riuscisse: corruga la fronte, inarca le sopraciglia e arriccia le labbra deformando il suo visino in una piccola smorfia che fa più ridere che minacciare. Decido di stare al gioco, accondiscendente, la guardo come se non nascondessi niente, e fossi completamente sincero, alzando le sopracciglia con aria innocente.
« Ne faccio cinque! Cinque come i capelli che hai in testa, papà!» e si dimentica delle lanterne pur di avere ragione. Se potesse punterebbe i piedi a terra. Sono sicuro che diventerà una donna così fiocchi, la mia Marie. Bella, sicura e schietta. Un bel peperino.
«Cosa? Cinque? Di già cinque anni? Per la barba di Merlino! Per avere cinque anni hai la lingua lunga come quella di un serpente!» Le faccio la lingua, simulando il verso di un serpente e per poco non scoppio a ridere. Lei si diverte e ride, e mi fa stare bene. « Ma certo che mi ricordo che fai cinque anni, scimmiettina! Oggi, ogni tuo desiderio è un ordine. Ma non prenderci troppo il vizio che agli uomini non piace.»
« Ma a me non piacciono gli uomini!» arriccia il naso, piccolo e arcuato e sempre freddo, infossando la testa timidamente tra le spalle. Mi piacciono le sue smorfie, mi ricordano il volto di sua madre quando cercava di fare la finta offesa, scoppiando poi a ridere. Ha sempre avuto una bella risata, fresca e pulita, una di quelle risate che ti colpiscono e non ti lasciano più, che sono belle da ascoltare e non fanno troppo rumore. Quando arriva il cameriere, i miei pensieri si snodano velocemente, e mi rendo conto che non abbiamo neppure guardato i menù. È un ragazzo sulla trentina, forse al suo primo lavoro, si pulisce le mani sulla traversa prima di tirare fuori il blocco notes e la penna. Pare che voglia prendere le ordinazioni ancora alla vecchia maniera, cosa che apprezzo davvero tanto. Scorro velocemente la lista con gli occhi, affidandomi al caso più che alla voglia, tanto Maria cambia idea ogni secondo, un po’ come tutte le donne, anche se lei è una donna in miniatura.
« Per me un caffè, liscio, grazie. E per la mia signorina qualcosa di dolce.»
« Voglio la torta al cioccolato! Con tanto cioccolato» e sorride Maria, allungando una mano verso la candela sul tavolo. È attratta dalle cose che luccicano, e che illuminano, come le falene.
« Stai attenta che ti bruci. E cioccolato sia! Un caffè e un fetta di torta al cioccolato. Ce l’avete vero? Ottimo. Ah…» faccio segno  al cameriere di avvicinarsi, quanto basta da sussurrargli una cosa al volo, prima che si allontani. Torno presto su Maria, senza sgridarla quando cerca di toccare la cera della candela. È una bambina vivace e curiosa, e sta cercando di esplorare il mondo, deve solo impararlo a fare nel modo giusto.
« È morbida. Guarda papà come si piega. Posso farle prendere la forma che voglio, come la creta. Lo sai che la mamma non mi fa usare la creta per fare i lavoretti? Poi mi puzzano le mani, dice. Ma a me piace l’odore della creta. La maestra a scuola dice che possiamo creare tutto quello che vogliamo.»  Sorride, e le si illumina il viso come la candela che ha tra le mani. Affonda ancora una volta l’indice nella cera sul bordo della candela, creando piccoli solchi con le dita. Ha gli occhi azzurri e un batuffolo di capelli castani, tenuti a bada da un fiocco rosso che sua madre le ha messo in testa prima di venire qui.
« E la tua maestra ha ragione. Devi usare la tua fantasia, sentirla dentro di te, e usarla come meglio credi. Disegna, modella, crea, e poi vedrai quante belle cose potrai creare. Sei una bambina intelligente, Maria, e costruirai tante belle cose. La mamma è una brava mamma, ma a volte esagera, un po’ come tutti gli adulti. Per questo esistono i bambini come te, Maria, per far ricordare a noi vecchi come è essere bambini, e quanto bello è sporcarsi le mani.» Cerco di essere il padre che vorrebbe che io fossi, quello giusto, quello corretto, quello sicuro di sé. In realtà non so se cerco di convincere più mia moglie o me stesso, che mia figlia. Maria non ha bisogno di frasi pompose, discorsi complessi, lei mi vede e mi apprezza per quello che sono, seppur in orari prestabiliti. Guardo l’orologio da polso e mi sbottono la camicia, appena sotto al collo, per respirare meglio. Niente cravatta: l’abbigliamento formale lo tengo per il tribunale. Oggi sono solo io, senza schemi, senza oppressioni se non quello del tempo, che scocca inesorabile nell’orologio, portandosi via ore, minuti e secondi, ed insieme ad essi anche il tempo che posso dedicare alla mia bambina.
« Ma lo devi dire tu alla mamma, perché se lo dico io non mi crede. E se dico che me lo hai detto tu, poi dice che non ti devo ascoltare.»
La mia fronte si corruga, e non devo avere una bella espressione.
« Spero di avere capito male» sbotto senza pensarci, sentendomi addosso quegli occhioni azzurri che non sanno come guardarmi, e cosa dirmi. Povera Maria, vorrebbe dar retta a tutti. Ma cosa è rimasto dei suoi genitori? Due sconosciuti che a malapena si contendono le sue carezze, a giorni alterni. Che senso ha tutto questo?
Lascio andare un sospiro, scuotendo poi il capo cerco di tenere a bada i miei pensieri quanto basta per concentrarmi su mia figlia e su quello che cerca di dirmi. Cosa stai cercando di fare, piccola Maria?
« Tua madre avrà sicuramente avuto i suoi motivi per dirti così, Maria. Secondo te quello che ho detto suona strano o forse sbagliato?»
« No.»
La vedo abbassare la testa, e allontanare gli occhi blu dai miei. Comincia a tamburellare con le piccole dita sul tavolo. Tum, tum, tum. Come un cuore alla rinfusa, scandisce un tempo tutto suo, e io capisco che è a disagio. Le do un attimo di tregua, e sorrido, addolcendomi. Lei continua in quel suo piccolo e distinto tamburellare, avvicinando l’orecchio destro alla superficie del tavolo, per sentire meglio il rumore sordo echeggiare vicino alla sua pelle. Tum, tum, tum. Passa un treno e porta il tuo nome, Maria, o forse le colpe dei tuoi genitori che sono stati incapaci di amarsi?
« Maria…» Tum, tum, tum.
« Maria… ehi, nocciolina, ascoltami. Guardami. Sai che ho una cosa per te?»
Alza lo sguardo su di me, da quella posizione curva, senza smettere di tamburellare con le dita, come se si aggrappasse con tutta se stessa a quel tic. Non darò di matto come fa tua madre, Maria: non urlerò, non ti prenderò il braccio, non ti guarderò con aria severa perché mi metti in imbarazzo.
Ho capito, sono qui, guardami.
Decido di stare al suo gioco, e le do lo spazio che mi chiede. Ho imparato che con te le parole non bastano, me lo hai insegnato tu, guardami, sto imparando. Abbasso la testa all’altezza del tavolo, imitandola come meglio mi riesce, visto la mia stazza non proprio così esile. Piego la testa e poggio anche io l’orecchio al tavolo, sentendo più vicino quel tamburellare leggero, che si attenua, lentamente, come la sua ansia. Mi guarda, e sorride, forse mi trova buffo.
« Vedi tutto il mondo storto da qui, vero? È molto strano. Ti piace?»
Annuisce, e improvvisamente smette di tamburellare, alzando le piccole dita dal tavolo, e mi guarda come se fosse sempre la prima volta. Allunga la mano verso di me e mi accarezza il viso con la delicatezza che hanno solo i bambini. Mi segue le rughe sulla fronte e le sopracciglia degli occhi. Mi passa l’indice sulla gobba del naso, evita le narici perché sa che non si mettono le mani li dentro, e scivola sulle labbra. Le bacio il dito, con naturalezza, in un gesto istintivo che mi sorprende, e poi, le sorrido, perché non so resisterle. Poi faccio finta di morderle il dito, e lei ride, spontanea e piena di gioia infantile che spero non possa perdere mai.
« Perché non torni a casa con noi, papà?»
Come una lama rovente nello stomaco, mi colpisce con l’agilità di un predatore, fisso tra gli alberi in attesa del grande balzo. Colto di sorpresa, esito, e per poco non perdo quella magia che si era creata tra di noi. Ma non alza la testa, rimane li, in quel piccolo spazio creato tra le nostre teste piegate e il tavolo. Li ci siamo solo noi, forti, e nessuno ci può colpire.
« Vedi Maria, gli adulti sono persone difficili da comprendere. A volte fanno degli errori a cui è difficile rimediare. Io ne ho fatto uno, e non posso tornare indietro perché il Grande Signore del Tribunale ha deciso che non posso, che devo stare per i fatti miei, lontano dalla mamma ma non da te. Sono fortunato sai? Io e te possiamo vederci, poco, ma possiamo.»
« Ma il Grande Signore del Tribunale non è della nostra famiglia…perché bisogna ascoltarlo?»
Mi lascia un attimo basito quella domanda. Non voglio esitare troppo, vorrei darle tutte le risposte di cui ha bisogno, ma come si spiega ad una bambina che il suo papà non ha avuto abbastanza forza per lottare per lei? Probabilmente vedrà la mia faccia, improvvisamente grigia e cupa come il tempo fuori dalla finestra. Una nuvola grigia e carica di pioggia, oscura il sole come un presagio di inverno, rendendo il locale ancora più scuro. La lancetta nell’orologio scocca sulle quattro e mezza. Ho ancora mezz’ora prima che sua madre venga a prenderla nella sua solita auto nera, da donna in carriera. Mezz’ora per fare il padre, oggi. Rimaniamo ancora in quella assurda posizione che fa un po’ male al collo, con la testa curva sul tavolo.
« Vedi, tesoro, a volte gli adulti fanno delle cose che poi non sanno più controllare, e hanno bisogno di una mano. Così bisogna rivolgersi a qualcuno che sappia aiutarti, che sia in grado di farti uscire da quella brutta situazione in modo da farti stare meglio. Così, il Grande Signore del Tribunale aiuta me e mamma per farci stare meglio.»
« Come un amico?»
« Si. Come un amico.» Sorrido, e la guardo mentre rialza la testa convinta dalle mie parole. Riacquista la sua sicurezza, tornando dritta con la schiena e la testa, distende le gambe sotto al tavolo, lasciandole penzolare liberamente. Posso rialzare la testa anche io, ora, sistemandomi sulla panca di legno come meglio posso, lancio una occhiata alla barista, che mi mostra il caffè pronto al bancone.
« Adesso però, nocciolina, è il momento di mangiare la torta. Non vorrai mica che quella fetta di cioccolato scappi via senza di te, vero? Sei pronta?» Le faccio l’occhiolino, sperando davvero di allontanarla dai brutti pensieri. Quei brutti pensieri che non dovrebbero riguardarla, si materializzano nella mia tasca, in un gettone scuro che mi ricorda da quanto non bevo. Lo sento leggero nel mio palmo, e pesante nel mio cuore, ma lo lascio li dov’è, un po’ per imbarazzo e un po’ per timore. Mi alzo e mi avvicino al bancone per prendere la torta. Una bella fetta di torta al cioccolato, con delle candeline sopra. Ringrazio Chiara, amica da una vita e cameriera da altrettanto, che complice mi allunga il caffè, e sparisce un attimo in cucina per finire l’ultimo ritocco. Do le spalle al tavolo, per qualche secondo, e concedo solo uno sguardo agli alcolici dietro al bancone, che disposti in un ordine confuso, mostrano la parte migliore di sé in un liquido denso. Una volta  avrei voluto che quel liquido mi annebbiasse i sensi e portasse nel suo limbo di perdizione la mia vita fatta di fallimenti e di urla; ma tra tutte quelle urla, il primo grido di vita di Maria è stato il più dolce dei liquori in cui perdersi.
Tra i miei pensieri finisco il caffè, e riporto la tazzina vuota e macchiata sul piattino, giusto quando la Chiara chiude le luci, e torna con la fetta di torta scura, illuminata da cinque candeline fumanti. Sorrido, e prendo il piatto ringraziandola, ma la sua espressione confusa e la sua fronte corrugata mi obbligano a voltarmi. Tengo tra le mani il piatto, il sapore del caffè si fa più acido dentro la mia bocca, mentre il cuore si rimpicciolisce, stretto in un filo spinato invisibile, che comprime il mio petto in un’angoscia improvvisa. Dov’è? Dove sei Maria? Fisso il tavolo vuoto, mentre i piedi si fanno di piombo, inchiodati a terra come radici di un albero. La mano trema, ma non molla quel piatto, in una presa isterica spezzata solo dalla mia voce.
« Dov’è…» mormoro in un filo di voce, labile e instabile, come se non mi appartenesse. Chiara dietro di me si fa allarmata, guardandosi attorno, scuote il capo un paio di volte, con aria triste.
« Maria? Maria! Maria!» Ora la mia voce acquista potenza, rimbombando dentro al locale, oltre che dentro di me. Mi sento perso, svuotato, incredibilmente inetto di fronte al vuoto che si propaga fuori e dentro, come una voragine pronta ad inglobarti.
Guardo a destra. Guardo a sinistra. Chiamo il suo nome e non mi risponde. Il suono dell’orologio rintocca le cinque meno dieci e tu non ci sei. Mi volto verso Chiara, con gli occhi sgranati e il cuore che mi pulsa in gola. Stringo ancora quel piatto di torta, dove le candeline consumano la stessa cera con cui poco prima la mia bambina stava giocando.
« Era qui. Un attimo fa era in quel tavolo. Dov’è? Dov’è finita la mia bambina? L’hai visto anche tu, io ero qui… mi sono alzato e le ho dato le spalle per qualche secondo, solo qualche secondo… oddio… cosa ho fatto.» La mia mano perde la presa, e per un istante la testa vacilla come una nave in balia delle onde, la mano perde la presa del piatto che si infrange per terra in un gioco di cocci. Due candele si spengono, tre si consumano, e la torta si sgretola. Il fragore del piatto mi riscuote la mente, e sento assalirmi l’adrenalina e la voglia di urlare. So di avere una brutta cera, me la sento addosso, quel sudore freddo che mi congela il corpo e mi fa sudare le mani.
« Le luci, Chiara…accendi quelle cazzo di luci. Maria? Maria! Dove sei tesoro? Vieni fuori. Smettila di nasconderti.»
Sento il cuore pulsarmi ovunque, sul petto, sulle braccia, in gola e nella testa. Lo stomaco si fa piccolo, si stringe sotto al peso della colpa e del rimorso, che sento crescere dentro di me ad ogni passo. Cammino ed inciampo, incapace di reggere il peso della sua scomparsa. Mi faccio piccolo e guardo sotto ai tavoli, niente.
« Avete visto una bambina? È piccola, cinque anni… un… un fiocchetto sulla testa, e… dio come era vestita. Una maglia verde, le piace il verde…» Le poche persone si scambiano sguardi imbarazzati, scuotendo il capo e spostando lo sguardo altrove, come se potesse darmi conforto. La testa continua girare, e mi viene da vomitare. Possibile che nessuno abbia visto niente? Sono quasi le cinque, e sua madre sarà qui a breve. Cosa dirò a sua madre se non la trovo? Che ho perso la nostra bambina? Che sono un fallito incapace di tenerla anche per poche ore? Mi pare di sentire le sue grida dentro la mia testa, mentre riprendo fiato tra un tavolo e l’altro. Chiara ha riacceso le luci del locale, e mi avvisa che dietro al bancone e sul retro del locale non ha visto nessuno. Si allontana il telefono dall’orecchio, forse ha chiamato la polizia. Mi viene ancora da vomitare. Inspiro ed espiro, cercando di riprendere coscienza e controllo del mio corpo, che si sta prendendo gioco di me quanto il tempo. Qualche goccia di pioggia comincia a bagnare le vetrate, portandosi via lo sporco dalle auto parcheggiate sul marciapiede.
Comincio a correre, uscendo dal locale, spingendo la porta d’ingresso con foga, la quale rimbalza e quasi mi colpisce in faccia.
« Maria!» la chiamo di nuovo. Non voglio smettere di chiamare e di sentire il suo nome. Dove sei tesoro? Dove sei finita.
Mi guardo attorno e non la vedo. La gente di passaggio continua a camminare, qualcuno apre un ombrello, altri si mettono a correre e non mi notano. Qualcuno mi guarda con aria curiosa, ma senza intromettersi nella mia vita, finisce a fare lo spettatore incosciente. La cerco tra le auto parcheggiate, sotto il tendone di un locale affianco, lungo il marciapiede. Attraverso la strada senza guardare, reso cieco dalla mia stessa paura, mi lascio suonare ed urlare dietro da qualche sconosciuto. Una mamma stringe la mano del suo bambino e si allontana preoccupata. Maria non c’è. Nessuna traccia del suo fiocchetto rosso. Fermo una signora di passaggio, ma non sa niente. Nessuno sa niente, nessuno sa dirmi dove sia andata mia figlia. La pioggia comincia a bagnarmi i capelli e farmi pesanti i vestiti. Mi fermo e mi passo una mano sulla fronte bagnata, guardandomi attorno frastornato. La gente mi passa di fianco, mi supera, mi ignora e io trattengo le lacrime, che calde cominciano a gonfiarmi gli occhi arrossati. Il mondo mi gira attorno, e io continuo a girare su me stesso.

«Ma per quanto ha intenzione di stare sotto la pioggia? Cristo! Guarda che disastro ha fatto…» borbotto qualcosa, perché è più forte di me, non riesco a stare zitta. Sempre tutte a me devono capitare? Passo la scopa sul pavimento, cercando di raccogliere i cocci di ceramica che si mescolano ai resti della torta al cioccolato. Una macchina nera rallenta di fronte al mio locale, i freni fischiano sull’asfalto bagnato e si ferma sul marciapiede. Marco ormai ha quarant’anni,scende dalla macchina e sparisce dietro al suo ombrello colorato, uno di quelli grandi con i colori dell’arcobaleno che gli nasconde la faccia e l’abito scuro dal quale spunta una cravatta blu. Compie un paio di passi, uno lungo abbastanza per evitare una grossa pozzanghera accanto al marciapiede. La porta si apre, e cigola come sempre.
« Grazie per avermi chiamato, Chiara. Dov’è Antonio?»
« È uscito, non ho fatto in tempo a fermarlo. È li fermo sulla strada da qualche minuto sotto la pioggia, vai a prenderlo per cortesia.» Me la sento addosso quell’aria preoccupata, perché questa situazione non mi piace affatto. Guardo l’uomo davanti a me, alto e fermo, sembra uno di quegli uomini che hanno sempre la situazione sotto controllo e non sbagliano mai una mossa. Mi sorprendo che abbia un ombrello colorato. Mi passo velocemente una mano sulla fronte, spostandomi un ciuffo di capelli biondi, che mi vanno davanti agli occhi. Mi fermo, con la scopa in mano e la traversa addosso potrei sembrare la brutta copia di Cenerentola.
Lancio un’occhiata ad Antonio sulla strada: pover’uomo, l’alcool gli ha distrutto la vita, e il tribunale ha fatto il resto. Me lo ricordo ancora giovane, prestante e pieno di vita, quando veniva qui e rideva insieme a suo fratello Marco, e al loro gruppo di amici. Sembravano indistruttibili.
«Cazzo. Ha bevuto? Cosa è successo?»
«Ma che dici… sai che non gli servo dell’alcool da quando cerca di disintossicarsi. Non può farcela da solo, Marco, ma in quel centro lo aiutano almeno? Cristo! È successo ancora: è arrivato qui, ed era tutto allegro. Parlava da solo, Marco. Parlava con Maria, ancora. Ho fatto come mi hai detto tu: l’ho assecondato, credeva fosse il suo compleanno, voleva fargli una sorpresa. Così è venuto al bancone a prendere una fetta di torta, e quando si è voltato… non l’ha più vista. Crede di averla persa, Marco».
Alcuni clienti ci guardano incuriositi, colti di sorpresa da tutto questo teatrino. Se solo sapessero quanta desolazione ci può essere nella vita di quell’uomo, terrebbero la testa bassa e finirebbero di mangiare le loro cheesecake. Invece vogliono guardare, fare da spettatori lontani, e fingere che la cosa li interessi. Marco mi guarda preoccupato, e sospira, scuotendo il capo. Cerca di mantenere i nervi saldi, ma io lo vedo che è nervoso e che è stufo di tutta questa situazione. Annuisce e mi dà una lieve carezza sulla spalla, ringraziandomi ancora per la pazienza. Lo guardo allontanarsi, con passo spedito verso l’uscita e l’ombrello in mano. Ha un passo pesante, sento il rumore dei suoi passi rimbombare sul suolo, come il passo di un vecchio ubriacone. Che ironica, la vita.
Lo guardo uscire, oltre le vetrate macchiate di pioggia, aprire l’ombrello e cercare di dare un po’ di colore alla vita di suo fratello, che piange, ed inerme, urla qualcosa, parole lontane e confuse, che si spengono in un abbraccio saldo e fraterno.

 

 

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Nov 23, 2015 - Recensioni    No Comments

C. McCarthy, Figlio di Dio

“Pensate che a quei tempi la gente fosse più cattiva di oggi? chiese il vicesceriffo.
Il vecchio stava guardando la città inondata. No, disse. Non lo penso. Penso che la gente sia la stessa fin dal giorno che Dio creò il primo uomo.”

Oggi vi voglio parlare di un autore che mi piace particolarmente: Comac McCarthy. Io sono affezionata alla Trilogia della Frontiera (rimando alla recensione qui), scritti tra il 1992 e il 1998 con ambientazione Western. Tuttavia è solo nel 2005 con il thriller Non è un paese per vecchi, che, grazie alla trasposizione cinematografica a opera dei Fratelli Coen, ha fatto conoscere McCarthy a un pubblico più ampio, soprattutto al di fuori degli Stati Uniti. Ancora più recente, il libro La Strada – con il quale ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa – ha nuovamente portato sul grande schermo un ambientazione fantascientifica-catastrofica, con il nome di “The Road”.
Così dopo aver letto i libri sopra citati (e visto i corrispettivi film) ho deciso di avventurarmi nuovamente nella sua mente malata, leggendo Figlio di Dio, un volumetto di sole 160 pagine.
All’inizio, come ogni volta che si prende in mano un libro di McCarthy, si percepisce quel vago senso di spaesamento dovuto alla scrittura fitta ma assai precisa e descrittiva dell’autore che ti sbatte direttamente dentro all’ambientazione con la stessa velocità di un respiro. Non hai tregua, non hai possibilità di fermarti e assaporare la prosa perchè Comac è diretto, crudo, a volte estremo nella narrazione, riesce a trasmettere sensazioni che pochissimi scrittori attraverso le parole riescono a far trasparire. I suoi personaggi, come la sua scrittura, sono solitari e schivi, chiusi nella solitudine della propria esistenza interagiscono con il mondo esterno unicamente quando il contatto risulta inevitabile. Si muovono leggeri tra le pagine, la loro vita racchiusa in un’immagine o in un segno è sempre pronta a schiudersi in una frase, in un’azione.
E così, in Figlio di Dio conosciamo la figura cupa di Lester Ballard, un uomo violento che vive ai margini della società muovendosi tra le persone ma preferendo la compagnia del silenzio e del whisky. Non c’è motivo di cercare significati inesistenti dietro a questo libro. Ogni cosa viene presentata nel modo in cui deve essere, niente di più, niente di meno. Si potrebbe dire che il narratore, McCarthy, non esiste. La sua presenza non si sente. È tutto così splendidamente raccontato e mostrato che ogni parola s’incastra nel posto giusto e non ha bisogno di spiegazioni. Questo perchè McCarthy è uno scrittore eccezionale, dal talento unico che può piacere infinitamente o essere odiato. Non concede vie di mezzo. E anche lo stesso protagonista, non concede alcuna scusa, ne tempo per pensare. Lui agisce secondo il proprio pensiero, davanti al quale noi ci inorridiamo spinti da una coscienza che non troviamo dentro al protagonista. Ci viene spontaneo chiederci perchè e cosa ci sia alla radice dei comportamenti di Ballard. Inutile dire che non troveremo risposte, e non sarà lui a darci qualche spiegazione. Oppresso dalla miseria umana, Ballard si ribella. Uccidendo. Stuprando. Non è anche questo parte di noi, del nostro operare? Sono gesti estremi, portati alla loro estrema accezione proprio grazie a Ballard. Sono atti che ci possono aiutare a comprendere meglio cosa c’è dentro il nostro cuore, dentro la parte buia.
McCarthy ha voluto scrivere una storia lapidaria, chiusa, senza speranza ma forse in parte quella meno coinvolgente, rispetto ad altri libri come la Trilogia della Frontiera. Dialoghi brevissimi, risposte secche, mai un acccenno di pensiero, mai un niente di niente, eppure il libro è sempre pervaso da quell’inconfondibile e superba descrizione della natura che accompagna tutti i libri dell’autore. Lester Ballard è un figlio di Dio, un essere umano qualunque, come me che sto scrivendo in questo momento, e come voi che state leggendo. Questo figlio di Dio si muove nella natura grandiosa che è poi Dio stesso. Il fatto che Lester Ballard sia diventato un animale, un pazzo omicida, non lo divide nettamente, e anzi, non lo divide proprio dagli altri personaggi, e nemmeno da noi, perché lui è esattamente come tutti gli altri. Un uomo.
La violenza è inserita magistralmente, senza sbavature, senza annunciazioni. Un momento stai leggendo la descrizione di una notte stellata, un momento dopo il protagonista spara a qualcuno, eppure quasi non si nota la differenza talmente il tutto è descritto in maniera normale, come se fosse ovvio che un fatto del genere accadesse lì, in quella pagina. La bravura di McCarthy nel mostrare il Male, soprattutto quello umano, si mescola a quella natura spaventosa e bellissima in cui l’uomo da sempre si muove, avvicinandosi a essa.
C’è da dire che Figlio di Dio è uno dei primi libri di McCarthy e si sente. Un po’ acerbo dal punto di vista della storia, che manca di spessore rispetto ai libri sucessivi, ma rimane comunque coerente con il messaggio che vuole trasmettere attraverso le gesta – per noi incomprensibili e prive di morale – di Ballard.
Rimane così un libro forte, non adatto a tutti, e specialmente ai facilmente impressionabili, proprio per via della violenza e di quella costante ansia che ti assale, pagina dopo pagina, come avere un uomo alle spalle che ti punta il fucile alla testa prima di premere il grilletto.

Voto Finale: ★★★☆☆ 

Titolo: Figlio di Dio
Autore: Comac McCarthy
Editore: Einaudi
Pagine: 160
Prezzo: 10 euro

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Nov 8, 2015 - Graphic novels    No Comments

T. Moore, Strangers in paradise

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“La mia vita sono pagine stropicciate e mezze finite al sorgere del sole… se c’è una cosa che ho imparato è che non si può tornare a casa ogni volta che si vuole, che non si può sempre trovare nel prossimo un sorriso e che, senza amore, siamo solo stranieri in paradiso.”

Fare una recensione di un volume, che sia libro o graphic novel, è già complicato di suo. Tuttavia oggi voglio fare qualcosa di più complicato, cioè parlarvi di una serie di ben sei volumi. In realtà “Strangers in Paradise” di Terry Moore è composta da ben 106 albi, che sono stati raccolti in una edizione nuova in sei volumi editi dalla Bao Publishing. Quindi sono una sorta di sei mallopponi che non farete comunque fatica a finire.
La storia narra le vicende della protagonista Katina Choovanski (Katchoo), giovane artista non più adolescente, dell’amica del cuore Francine Peters, suo amore proibito e di David Qin, il comune amico che si pone al centro della triangolazione analizzata in ogni sfumatura della complicata relazione che s’instaura tra di loro. Ciò che colpisce e che viene subito all’occhio è la profondità e la struttura complessa dei protagonisti, che appaiono degne persone reali e si mostrano ai nostri occhi con le loro debolezza, le loro forze e la complessità degli animi. Pare – stando a Wikipedia, di cui riporto qui una citazione – che sia un’opera principalmente letto da donne: “A partire dalla seconda serie, Moore introduce degli elementi thriller legati al difficile passato di Katchoo, e che diventano il secondo asse portante della storia. La serie è nota soprattutto per essere seguita da un pubblico che normalmente non legge i fumetti, ed in particolare dalle donne. Si calcola che circa un 50% dei suoi lettori lo siano, anche se non ci sono conferme”.
Come anticipato dalla citazione qui sopra riportata, Strangers In Paradise segue un filone sentimentale che potrebbe attrarre così un pubblico femminile, ma si compone anche di una buona dose di azione, scene cruente legate al passato oscuro di Katchoo che man mano viene a galla insieme ai ricordi e ai flashback proposti dall’autore.
Non è mia intenzione fare spoiler, quindi cercherò di essere il più precisa possibile senza scendere troppo nel dettaglio.
Strangers in Paradise si struttura in più piani: a livello narrativo Moore propone una serie di sottotrame che si legano al quotidiano vissuto dai tre protagonisti, senza sbilanciare l’equilibrio perfetto e snaturare il fumetto. Le sottotrame, anzi, vanno ad arricchire i personaggi, costringendoli a mettersi in gioco o in dubbio, distruggendo spesso le proprie convinzioni per ricominciare da zero. Moore riesce ad attenersi alla realtà della quotidianità, proponendo una storia convincente sotto molti punti di vista. A partire dalla complessità dei personaggi, che rispecchiano un po’ i nostri modi di fare, dove non è così difficile riuscire a impersonificarsi e trovare, in uno dei tanti personaggi, un po’ il proprio preferit; fino ad arrivare alla vera e propria struttura narrativa. Moore inizia la story-line di Strangers In Paradise giocando con i ritmi delle sit-com e dei romanzi chick-lit in maniera irresistibile, scrivendo dialoghi spassosi e divertenti che in certi momenti, però, si rivelano profondi e intensi. Scava in maniera magistrale nella psiche di Francine e Katchoo, mettendone a nudo le fragilità, le intime paure, i desideri e i sogni più profondi, partendo da situazioni quotidiane che però si evolvono trasformandosi ora in una commedia demenziale, ora in un thriller. Arricchisce con elementi nuovi, che si presentano al lettore volume dopo volume, tirando pian piano il filo della storia anche grazie ai personaggi secondari come Casey, Freddie, Tambi. In più, stupisce anche a livello strutturale, alternando le tavole inchiostrate – ma prive di colori, ma non per questo meno ricche – a brevi pagine scritte come se fosse un romanzo.
Alla raffinatezza dell’aspetto testuale corrisponde poi l’eleganza dei disegni. Lo stile di Moore è fluido, dinamico, raffinato e la visualizzazione della delicata bellezza delle protagoniste, delle emozioni mutevoli dei personaggi, delle ambientazioni, siano esse un loft disordinato, un attico lussuoso, un museo, una tavola calda o una spiaggia delle Hawaii è impeccabile. Anche l’aspetto grafico è comunque versatile; in effetti, malgrado predomini uno stile realistico, in certe tavole Moore si diverte ad imitare quello dei cartoni animati e dei fumetti con risultati deliziosi.
Moore si mostra capace di rappresentare l’universo femminile insieme a quello maschile nella loro complessità, senza strafare o cadere nei soliti cliché. Riesce a dare spessore a tutti i personaggi, esprimendo fino alla fine le loro sfumature più profonde, apparendo così naturali e privi di forzature.
Tutto ciò fa di Strangers in Paradise una serie capace di divertire e commuovere, diventando così un oggetto prezioso che non dovrebbe mancare in libreria.

Strangers In Paradise
Terry Moore
Bao Publishing
Volumi 1-6

Voto Finale: ★★★★★ 

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Nov 3, 2015 - Graphic novels    No Comments

Radice, Turconi; Il Porto Proibito.

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“In questo ci somigliavamo: tesi verso l’infinito, bisognosi d’immenso.
Come stelle… che solo in cielo, e in mare, trovano lo spazio di essere.”

WP_20151103_004Avevo promesso che sarei tornata a scrivere quindi eccomi qui pronta per parlarvi di un volume davvero prezioso. Si chiama “Il Porto Proibito”, graphic novel scritta da Teresa Radice e Stefano Turconi, ed edito da Bao Publishing. Sono entrata in possesso di questo libro al Treviso Comics dove gli autori mi hanno gentilmente firmato la copia, e Turconi mi ha fatto uno sketch adorabile. Inutile dire che l’ho finito in breve tempo, seppur il fumetto sia ricco di dettagli sulla quale vale la pena soffermarsi.
La storia gira attorno alla storia di Abel, un giovane naufrago afflitto da amnesia che viene recuperato dal comandante dell’Explorer. Sarà li, tra vele e armeggi che il giovane ragazzo cercherà di ritrovare chi era, scavando nella propria vita con discrezione ma dolcezza; intrecciando la propria vita e i propri ricordi che riaffioreranno piano piano come la spuma delle onde con quelle degli altri personaggi.
La raffinatezza dei tratti del disegno, rispecchia l’animo dei personaggi che risultano essere completi sotto ogni punto di vista. Rende quasi visibile quel contrasto tra la potenza delle loro vite e dei loro pensieri, e il tratto semplice, appena abbozzato e leggero che ti accompagna per tutto il volume. Non sono presenti chine, ma solo matite e questo non fa altro che rendere più prezioso questo volume.
All’inizio ti scopri insicura, ritrovandoti in un mondo di marinai, mozzi, prostitute e tesori nascosti. Ti senti quasi affine all’insicurezza di Abel, con la quale si affaccia ad un mondo che lo vuole pronto e sicuro, e che lo sorprende ogni volta con la semplicità di un canto di violino.

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La storia è profonda, solida e mostra in tutta la sua composizione la preparazione degli autori, che non si sono distratti e lasciati trasportare dalle loro stesse navi, ma hanno saputo gestire un viaggio importante senza far perdere di ritmo il volume. Si tratta di una storia di crescita, di formazione, di amore, di ricordi malinconici e bugie sottili che prendono corpo all’interno dei personaggi di Abel, Rebecca, il capitano Nathan MacLeod, e le tre sorelle della locanda. Leggendo le pagine del Porto Proibito, si trattiene il fiato e si sorride, di fronte al modo in cui attraverso i personaggi, gli autori sono in grado di mettere in risalto temi importanti come la ricerca di sé, la vita in mare, ma anche la possibilità di avere una seconda opportunità con la quale poter chiudere i conti alla ricerca della serenità che solo il “nostro” Porto Proibito saprà darci.
porto 2Si tratta di un volume ricco di dettagli non solo visivi grazie alle abili doti del disegnatore, ma anche letterari, che vengono in superficie con la stessa leggerezza delle bollicine, dando spessore ulteriore a quello che si conferma essere una graphic nobel preziosa da tenere assolutamente in libreria. Per non parlare della ricostruzione storica che si fonde con la fantasia e ti accompagna a mare aperto insieme a note musicali e citazioni. Quindi fumetto, narrativa e musica si uniscono in un intreccio sinuoso che da vita ad un volume che Bao Publishing ha saputo valorizzare grazie ad un edizione pregiata dalla copertina convincente e accattivante. Un po’ come la storia che troverete dentro al volume, insomma.
A dare conferma di quanto già detto sopra, non è che l’entusiasmo degli autori incontrati giusto due giorni fa a Lucca Comics&Games, che con gli occhi ancora lucidi e la voce incredula mi hanno comunicato di aver vinto il premio come “Miglior graphic novel” ai Gran Guinigi 2015!
Quindi auguro a tutti buon viaggio, e spiegate le vele verso l’orizzonte!

Voto Finale: ★★★★☆ 

Il Porto Proibito
Teresa Radice & Stefano Turconi
Bao Publishing
21 euro

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