Dic 24, 2016 - Recensioni    No Comments

La casa per bambini speciali di Miss Peregrine

Sono in ritardissimo, lo so. E pensare che ho letto questo libro ad Agosto! Sono scandalosa!
Mi ero ripromessa di fare una recensione per questo libro prima della sua uscita al cinema, ma per una serie di cose non ce l’ho fatta. Quindi eccomi qui, alla Vigilia di Natale, a scrivere per voi una recensione.
Il libro di cui voglio parlarvi è La casa per bambini speciali di Miss Peregrine di Ransom Riggs. Il libro ha già avuto una trasposizione cinematografica per mano di Tim Burton, ed è attualmente nelle sale.

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Partiamo dal fatto che ne avevo sentito parlare benissimo, e sapevo che ne avrebbero tratto un film.  Quindi spinta dalla critica positiva e dall’acclamazione per questo best seller internazione mi sono ripromessa di leggere il libro prima dell’uscita del film.
Ora, non so se io abbia fatto bene a portarmelo in vacanza al mare, visto che solitamente tratto i miei libri “vacanzieri” un po’ male, riempiendoli di sabbia, bagnandoli con acqua salmastra e dedicando spesso e volentieri le giuste attenzioni.
Tuttavia, considerando il contenuto della storia, forse la mia non è stata una scelta così stupida. Ma andiamo con ordine.

La trama di questo libro parla di Jacob, un ragazzino la cui età non è facilmente intuibile dalla lettura; il quale decide di indagare sul passato del nonno che aveva la passione di raccontargli delle strane storie su un orfanotrofio, popolato da un gruppo di bambini speciali che possedevano straordinarie capacità. Spinto dalla curiosità e da una serie di fatti che gli accadono all’inizio del libro, Jacob sarà costretto a recarsi sulla famosa isola, per scoprire la verità sulle storie e sul passato del nonno.

L’idea di base è stimolante e potenzialmente interessante, peccato che il modo in cui viene trattato lo svolgimento lascia a desiderare. Si percepisce subito un alone di mistero, anche grazie alle fotografie che alternano il testo, il quale però viene a mancare quasi subito, a causa delle azioni spesso veloci, prive di descrizione e troppo snelle.
L’autore non si sofferma abbastanza sui personaggi, sulle scene e tanto meno sulle conseguenze. Ciò fa inevitabilmente perdere interesse al lettore, e rallenta quindi il ritmo del libro e dell’avventura.

È inevitabile sentire il richiamo agli X-men o ad Harry Potter per una serie di componenti chiave del libro, se non fosse che questi due mondi sopra citati siano mille volte meglio strutturati di questo libro. Autore! Se ti ispiri almeno fallo bene!

Parlo proprio dal punto di vista dei personaggi. Ce ne sono molti, ma anche se cerco di rimanere attenta e seguire i personaggi principali sento che mi manca qualcosa.
Jacob appare abbozzato, superficiale, compie scelte alla leggera e non sembra risentire delle conseguenze delle sue azioni. Appare sfuggente, in cui è difficile alla fine immedesimarsi e quindi perde automaticamente di interesse. Lo stesso destino purtroppo viene riservato anche gli altri personaggi, dai secondari agli antagonisti.

Lo stile è breve, coinciso ma povero. Almeno è coerente dall’inizio alla fine del libro, e non ci sono momenti in cui risulta di difficile comprensione. La struttura delle scene è lineare, seppur fantastica, diventa a tratti prevedibile. Se si sopravvive alle prime cento pagine, verso la fine lo svolgimento si fa quasi più avvincente e dinamico. L’ambientazione ha una serie di punti chiave – che non vi dirò per evitare spoiler – sulla quale l’autore avrebbe potuto insistere maggiormente. Avrebbe potuto insistere maggiormente un po’ su tutto, ma se avesse avuto quanto meno la decenza di soffermarsi sui punti di forza dell’ambientazione, sicuramente ne sarebbe uscito qualcosa di meglio.

Se dovessi cercare un punto a suo favore potrei dire che il potenziale cinematografico è alto: le scene sono evocative, quindi potrebbe rappresentare uno dei pochi casi in cui il film supera di gran lunga il libro. Per cui ora vi lascio qui sotto il trailer, e se qualcuno andrà a vederlo, magari potrà dirmi che ne pensa!

Voto Finale: ★★☆☆☆ 

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Ott 18, 2016 - A modo mio    No Comments

Begin Again.

Più mi guardo indietro e più mi rendo conto che sono ancora in grado di stupirmi. Quando credi che la vita abbia preso una brutta piega, puoi imparare da te che nulla è impossibile e ricominciare.
Mi piace la parola “Ricominciare“, sa di giovinezza, sa di nuovo, e di inaspettato. Ha un che di misterioso che mi emoziona a tal punto da sentire di nuovo il cuore che batte.

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Hai presente quando esci con un ragazzo la prima volta e non sai se potrai piacergli? Quella sensazione di camminare nel vuoto, leggera ma piena di dubbi? Quando il cuore batte così forte da tremare, è li che succede. Parlo di quella emozione forte che si sente solo nei momenti speciali, quelli che rimarranno impressi dentro di te perché sai che stanno segnando il tuo cammino.

Dopotutto passiamo tutta una vita a cercare di capire quale sia il nostro cammino, nascondendoci spesso dietro al destino e al desiderio di sentirci appagati e felici. E quando ci rendiamo conto che siamo sulla strada giusta, allora è li che capiamo la nostra vera potenza; che fino ad allora era sempre stata lì, un po’ in disparte, forse solo un po’ da spolverare come i vecchi ricordi nei cassetti.

Oggi sento che sono sulla strada giusta, in linea con i miei sogni che non erano affatto gli stessi che avevo a sedici anni. Ti può spaventare scoprire che ti sei sbagliato su qualche cosa. Ma non dovremmo aver paura di cambiare idea. Di accettare che le cose sono diverse. Che non saranno mai più come prima. Nel bene e nel male. Dobbiamo essere pronti a rinunciare a quello che credevamo. Se siamo disposti ad accettare le cose come sono e non come le pensiamo, ci troveremo esattamente dove dobbiamo stare

Mi viene quasi da ridere se ripenso alla ragazzina che ero e alla donna che sono diventata. La ragazzina di ieri prenderebbe in giro la donna di oggi? O la stimerebbe? Forse non la capirebbe. Non troverebbe senso ai suoi problemi, riderebbe di fronte ai suoi dubbi, ma brinderebbe ai suoi successi.

Sto inseguendo un sogno. Presto diventerà la mia nuova realtà. Farà parte della mia quotidianità e la cosa mi spaventa a morte.A volte la chiave per fare progressi è riconoscere come fare quel primo passo, poi cominci il tuo viaggio. Speri per il meglio e tieni duro, giorno dopo giorno, anche se sei stanco, anche se vorresti mollare, non molli. Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile.

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Ago 26, 2016 - Recensioni    No Comments

M.Missiroli, Atti osceni in luogo privato: un romanzo di formazione.

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“L’osceno è il tumulto privato che ognuno ha, e che i liberi vivono. Si chiama esistere, e a volte diventa sentimento.”

Mi sono approcciata a questo libro spinta dai pareri positivi che leggevo in giro. Purtroppo, per esperienza so che solitamente più numerosi sono i pareri positivi più è facile che il libro faccia schifo. In questo caso, però, posso dire di essere rimasta affascinata dalla storia di Marco Missiroli.

Incontriamo Libero Marsell, nato da famiglia italiana e trapiantato a Parigi da giovanissimo. La storia viene suddivisa in base alle fasi della sua vita: infanzia, adolescenza, giovinezza, adultità, nascita.
Ci affacciamo nella sua vita inizialmente con timidezza e innocenza, fino a scoprire l’intimità e la potenza del sesso attraverso le frustrazioni, i desideri e le pulsioni.
Un po’ come in Stoner, Libero ci accompagna in tutto l’arco della sua vita, assistendo pagina dopo pagina alla sua crescita e maturità.

Superato il primo l’impatto con il libro, che potrebbe risultare superficiale e moderno, si scopre un romanzo leggero ma colto e ben curato.
La scrittura di Massiroli è piacevolmente libertina; parla con un linguaggio rapido e senza traumi di masturbazione, circoncisione, adulterio. L’osceno è svelato senza falsi pudori né rivendicazioni.

La conoscenza del sesso procede di pari passo a quella della letteratura. Da CamusBuzzati, da Maugham e Carver e Withman, i tanti suggerimenti letterari danno un’idea precisa degli ideali e dei riferimenti con i quali cresce il giovane Marsell, e che danno un senso anche al suo nome di battesimo, Libero.

Ma oltre al sesso c’è dell’altro: musica, cinema, politica, e amicizie. Anche i personaggi secondari risultano essere a tutto tondo, perfetti nel loro ruolo: dall’oste milanese Giorgio, alla bibliotecaria parigina Marie, veri punti di riferimento nella formazione di Libero. Perché chi è che non ha avuto un punto di riferimento in adolescenza?

È un romanzo di formazione, adatto anche per una lettura estiva grazie  alla lettura rapida e ammiccante.
Un esempio è il modo in cui vengono descritte le donne, senza misoginia ma con tratti delicati anche quando ne svelano l’intimità proibita:

Era un seno bianco, i capezzoli rosa e l’areola ampia. Maestoso, strabordava dai lati e rimaneva inspiegabilmente ritto e compatto. Servivano due mani per ogni mammella. Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria”.

Non è facile, per quanto mi riguarda, scrivere una storia che rispecchia così tanto la normalità. Dove il lettore vuole trovare qualcosa di diverso rispetto alla propria vita, si trova a scontrarsi con ricordi della propria adolescenza che riaffiorano leggendo le righe.
Se questo era lo scopo dell’autore, tanto di cappello! 

È un libro che accompagna, che riporta alla luce ricordi lontani e fa sentire ancora una volta quella irresponsabile tensione che avevi quando eri adolescente.

Voto Finale: ★★★★☆ 

Atti osceni in luogo privato
Marco Missiroli
Feltrinelli
256 pagine
16 euro

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Mag 26, 2016 - A modo mio    No Comments

Una giornata no.

Questa è stata una di quelle giornate in cui non vedi l’ora di tornare a casa e buttarti dentro la vasca e lasciare che l’acqua ti scorra addosso il più possibile. Magari ti immergi anche, e stai li, perdendo la cognizione del tempo, immergendo anche la testa, per non sentire niente. Non so dire cosa ci spinge a desiderare di spegnere la spina e mandare tutto a quel paese, forse un susseguirsi di emozioni importanti che portano la testa a lampeggiare di rosso urlando: Allarme!
Oggi è stata una giornata pesante. Una di quelle in cui vorresti mollare la spugna, convinta che tu abbia visto e sentito troppo, convinta che tu abbia vissuto troppo. Ma di quel troppo negativo di cui in realtà faresti davvero a meno.  A volte mi chiedo se esistano ancora valori assoluti. Esistono ancora giusto o sbagliato? Bene e male? Verità e menzogna? O tutto è relativo? Lasciato all’interpretazione indefinibile. A volte dobbiamo distorcere la verità, trasformarla, perché ci troviamo di fronte a situazioni di cui non siamo gli artefici. E a volte le cose, semplicemente, ci succedono. E la realtà è che quando ci succedono spesso non siamo pronti. Ci affanniamo per rimanere in superficie, per non affogare, a volte urliamo è vero, ma quando la voce ti viene a mancare perché non riesci più a sopportare, allora quella è un’altra storia. Molto più difficile da raccontare. Sono convinta che tutti abbiamo provato questa sensazione, che seppur orribile, è terribilmente forte. A volte troppo.
Un collega maleducato con la quale proprio non riesci a lavorare; un capo che ti urla addosso senza motivo e ti fa sentire una pezza da piedi; un esame che non riesci a passare e ti distrugge tutti i sogni; o un lavoro che manca e ti fa sentire così inutile e privo di qualsiasi scopo. Di motivi ce ne sono, e ce ne sono sempre di diversi. Ma cosa c’è di male a desiderare qualcosa di più? Perché ci ancoriamo al presente come se effettivamente fosse l’unica cosa che abbiamo? È tutta colpa di quella speranza – seppur minima – che le cose miglioreranno, e magari per te cambieranno davvero come cambiano per gli altri. Perché poi, è vero, entra in gioco anche lei, l’invidia, che piccola e subdola si insinua dentro di noi solcando gli stati e i post di Facebook. Ti fa sentire piccola, di fronte ai successi degli altri, che raggiungono le loro mete, realizzano i loro sogni, e sembrano felici. Allora ti aggrappi a quello che resta della tua speranza, per poter dire: Anche io, eccomi qui, è questa la mia occasione? E se non lo è, quando arriverà?. E.E. Cummings scriveva: “Essere nient’altro che se stessi in un mondo che fa di tutto, giorno e notte, per farti diventare qualcun altro vuol dire combattere la battaglia più difficile che un essere umano possa affrontare”. Così io mi aggrappo a quella speranza, forse senza alcuna garanzia, per poter dire che le cose miglioreranno. Che il lavoro che faccio cambierà e mi farà stare meglio, perché ritroverò la forza e la passione che mi porteranno ad avere la mia soddisfazione con la quale sentirmi finalmente in pace con me stessa e felice di ciò che faccio. Così mi stringo forte i miei fallimenti, i miei successi, le mie paure, le mie sicurezze, e le mie indecisioni che si sono accumulate in questi ventisette anni, per poter far leva su quella speranza e poter dire: “Ce l’ho fatta”. Intanto però, mi mangio un panino con la Nutella.

Kahlil Gibran una volta ha scritto: “la tua ragione e la tua passione sono i remi… e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l’altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi”.
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Mag 11, 2016 - Recensioni    No Comments

De Giovanni M., Il senso del dolore

“Sentiva l’emozione, più di tutto: coglieva di volta in volta il dolore, la sorpresa, la rabbia, la malinconia, Perfino l’amore.”

È sempre più facile parlare di libri mediocri, o di quelli che lasciano poco a chi li legge. Forse perché è più divertente, e mi permette di lasciare libero quel lato umoristico e un filo sarcastico che mi porto dietro. Tuttavia questo non è uno di quei casi. Il libro di cui voglio parlarvi oggi è un libro molto bello, ma sopratutto – e cosa non da poco – scritto davvero bene.
Si tratta de Il Senso del Dolore di Maurizio de Giovanni, il primo di una serie di gialli con protagonista il Commissario Ricciardi.
Siamo in una Napoli del 1930, dove un uomo con il bavero alzato di un cappotto, con la complicità del vento salmastro, rivela parsimonioso solo un tratto del suo volto. Un ciuffo ribelle di capelli scuri come uno scoglio spezza l’onda del mare verde di quello sguardo deciso, “quasi trasparente”, impassibile, sofferente, irresistibile: così incontriamo Alfredo Ricciardi, commissario della Squadra Mobile di Napoli e protagonista di questo libro.
Lo incontriamo un po’ per caso, come quando si incrocia una persona lungo la banchina del molo, e ti volti a guardarla perché ti incuriosisce. Impariamo a conoscerlo, il nostro commissario, già dalle prime pagine del romanzo, dove ci mostra ciò che solo lui riesce a vedere, a percepire, oltre alle nostre vite, dentro alla nostra quotidianità. Si intuisce, già dalle prime pagine, infatti, che Ricciardi ha un dono particolare, ciò che lui chiama “il Fatto”: quello di percepire il dolore dei morti, di vederli nel loro attimo più intimo, prima di sparire per sempre, ne persone ne fantasmi, dove urlano le loro ultime parole, l’amore, la sofferenza, il dolore. Ecco, il senso del dolore prima della scomparsa.
Questo dono, che diventa condanna per il protagonista, lo spinge a rendere giustizia, a dare voce a quelle persone che la voce l’hanno persa per sempre.
Così, De Giovanni ci butta dentro ad una realtà cupa, che si fa largo tra le vie di Napoli fatta di fame e amore. In queste vie raggiungiamo il Teatro San Carlo, dove, pare, venga rinvenuto il cadavere di Arnaldo Vezzi, tenore di fama mondiale e amico del Duce. Un omicidio importante, quasi scomodo, che solo una persona come Ricciardi potrà risolvere. Perché siamo di fronte ad un protagonista a tutto tondo: schifo, asociale, e introspettivo non si direbbe certo una persona con la quale si beve una birra ad un bar tutti i giorni. Di poche parole, ma di intensi pensieri, mostra avere una personalità piena, che viene percepita dal lettore in tutte le sue sfaccettature. Diventa così un romanzo che parla di un omicidio, ma anche di persone, vive – e morte – che lottano ogni giorno con la propria sofferenza e i propri problemi. Parla anche di relazioni, di sogni, di speranze e di lacrime.
De Giovanni presenta personaggi pieni e bilanciati, dando il giusto tono e la giusta importanza anche ai personaggi
secondari come il Brigadiere Maione, o Don Pierino, che diventano aiuto prezioso per risolvere le indagini.
La struttura del libro è lineare, di facile interpretazione non si rischia di perdere il filo delle indagini, che prendono una svolta inaspettata verso la fine, per sorprendere il lettore, e ribaltare le carte in tavola. Un giallo ricco di dettagli, accurato e con un pizzico di paranormale ben gestito che non rischia di snaturare l’essenza del libro, ma che, in questo caso, arricchisce il personaggio e la storia stessa.
Per quanto riguarda la penna di De Giovanni, posso dire che è una piacevole scoperta. Scorrevole ma dettagliata, mai
prolissa o pesante, ma adeguatamente attenta alle persone e agli oggetti che potrebbero dare al lettore una idea della
Napoli del 1930. Un libro scritto davvero bene, sicuramente uno dei migliori che io abbia letto nell’ultimo anno.
Essendo il libro di una tetralogia (Inverno, Primavera, Estate, e Autunno del Commissario Ricciardi), provvederò sicuramente a procurarmi anche gli altri e a recensirli a dovere. Nel frattempo, consiglio questo libro non solo per gli appassionati del genere giallistico, ma anche a coloro che desiderano leggere un libro ricco, che ti lascia qualcosa, anche solo il desiderio di incontrare ancora quest’uomo dal bavero alzato che cammina solitario nella notte, con in tasca poche parole ma tanti pensieri.

Il senso del dolore – L’inverno del Commissario Ricciardi
De Giovanni Maurizio
Einaudi Editore
199 Pagine
12,00

Voto Finale: ★★★★★ 

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